Come un’aquila sulla neve – Eddie The Eagle

Eddie the Eagle

Correva il primo millennio Avanti Cristo quando le Olimpiadi mettevano a tacere le belligeranze. Pochi metri di terreno placavano la guerra con la lotta non guerrafondaia ma semplicemente agonistica, immolando la gloria agli dèi. Se Eddie fosse nato a quel tempo forse non avrebbe visto che il fondo di uno strapiombo spartano. Ma oggi, con le Olimpiadi impregnate di modernità, Eddie The Eagle racconta di laici sognatori che non hanno smesso di correre – o sciare – verso qualcosa di (ir)raggiungibile.

Interpretato da Taron Egerton (noto per Kingsman) con al fianco Hugh Jackman (vi devo dire i suoi film?) nei panni del fittizio mentore Bronson Peary, è diretto dal misconosciuto Dexter Fletcher. Il quale, senza infamia e con un po’ di lode, narra dolcemente l’inarrestabile rivincita che Eddie Edwards si è preso sulla Natura, sul Comitato Britannico e su qualche sghignazzante divinità che lo derideva.

Eddie “The Eagle” non appartiene al mito, non è una leggenda. O meglio, non lo è letteralmente, né si presenta come un esempio edificato appositamente per esaltare la sportività. Perché una leggenda, come noi oggi la intendiamo, lo è diventato spontaneamente nel 1988 ai Giochi Olimpici Invernali a Calgary, Canada. Il suo sogno, se non l’aveste ancora capito, è stato fin da bambino quello di partecipare alle Olimpiadi. Un’ossessione. Senza però, nobilmente, la pretesa della vittoria. L’agonismo, insomma, non consta solo di risultati migliori.

Il suo fisico, purtroppo, non era congenitamente adatto ai trionfi dell’atletica. Dopo aver tentato con la discesa libera, ecco la folgorazione sulla strada di Garmisch, località prediletta della disciplina: ski jumping – salto con sci dal trampolino. Non esiste squadra olimpica nazionale e il solo requisito minimo è completare una competizione ufficiale. Quel bagliore che trapela nel buio balza in avanti, e vi si riconosce l’inverno canadese.

Sulle note orgogliosamente ispirate a Momenti di gloria Eddie incontra un ambiente freddo dove la neve pare prestabilire il gelo dei suoi “colleghi”. Pur contuso dimostra la caparbietà dell’invincibile perché consapevole, la superiorità umile verso i più alteri che saltano più lungo solo perché sospinti dalla boria. La stessa altezzosità avvolge la figura di Peary/Jackman, dissoluta meteora del jumping americano che trova la rivalsa senza cercarla. Le scene scritte ad hoc per lui sono sbalorditive. Il discorso ebbro su “cos’è il salto”, in particolare, mentre la sequenza del salto stesso già arrossisce con il sapore del cult visionario.

Con i suoi vittoriosi insuccessi Eddie ha firmato dignitosamente un paragrafo tutt’altro che misero negli annali delle Olimpiadi. Esaltato dalla folla come dalla cinepresa per i suoi ultimi posti (momenti che un brivido lo trasmettono), “L’Aquila” non si è affatto imposta come un disonore come voleva l’aristocrazia dello sport. Proprio per questi conseguimenti, invece, lo spirito olimpico lo ha abbracciato come una sua incarnazione. È meritevole di più di quindici minuti di celebrità, con smacco per Andy Warhol. E chissà quanti altri eroi sono rimasti nell’ombra, sognatori illusi, dopo che il regolamento di ammissione ai Giochi è stato indurito per osteggiare quegli atleti prodi più nell’animo che nel corpo.

Eddie The Eagle ha seguito le orme del vero Eddie, nessuno lo ricorderà mai per le sue qualità specifiche. Ma la semplice aura che evoca un’emozione oggi calpestata dall’avidità per la fama lo fa brillare di struggente passione. Ha onorato fino in fondo il motto oggigiorno troppo sottovalutato (De Coubertin) in favore della supremazia. La Cenerentola dello sport si è trovata in mano, con questo film, una sorta di bacchetta magica ferma-tempo. Sono le 23 e 59. Personalmente spero e ritengo che la mezzanotte, nelle mie sensazioni commosse, non sopraggiunga mai.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.