“L’inviato”: una indagine su Cristo

gesù entra in gerusalemme 2“L’inviato”, romanzo storico di Stephen Dando-Collins, è una di quelle opere di narrativa che ti lasciano quasi interdetto. Quando ti avvicini ad un libro del genere, con un po’ di superba superiorità e di scetticismo perché è noto che un romanzo storico spesso inciampa in errori grossolani nella ricostruzione degli scenari, hai l’impressione che rimarrai deluso e abbandonerai la lettura in breve tempo.

Se ci aggiungiamo, nello specifico, che il racconto ha per protagonista indiretto Gesù Cristo di Nazareth allora i nostri dubbi si tramutano quasi in disillusione. Non c’è molta possibilità che il romanzo abbia un valore notevole.

Ma in questo caso non è così. E questo lascia stupiti poiché è raro rinvenire autori che si dedichino alla scrupolosa edificazione di un quadro storico verosimile o almeno plausibile, e che sappiano amalgamare quel tanto di finzione frutto della loro fantasia con quell’altro tanto di realtà fattuale. Insomma generalmente i romanzi storici sono cose di scarso valore e assurde forse proprio a causa della mancanza di preparazione in campo storico del romanziere. Comunque “L’inviato” è una piacevolissima eccezione (assieme ad altre, per carità).

Protagonista del romanzo è Il questore romano Giulio Terenzio Varro inviato (appunto) da Roma in Giudea al fine di compiere accertamenti che possano rendere più comprensibile la storia di un certo Gesù del quale si narra che sia addirittura risorto. I luoghi sono dunque quelli desertici o comunque aridi della Palestina e la data è il 71 dopo Cristo. Seconda metà del primo secolo.

L’intento di Varro è quello di smascherare una leggenda, quella di Cristo, che aveva raggiunto Roma e dimostrarne dunque la falsità materiale. La narrazione è costituita pertanto da un lungo peregrinare attraverso le terre degli ebrei alla ricerca di informazioni, di indizi e di testimonianze sulla vita e sulla morte di questo misterioso uomo ormai assurto all’onore di una santa fama.

Stephen Dando-Collins

Ad ogni modo il pregio del romanzo è da individuarsi nell’attenta e quanto più possibile precisa ricostruzione dell’ambiente storico, sociale e culturale dell’epoca: non si ha mai l’impressione che quello che si legge sia anacronistico, oppure eccessivo e inadeguato, neppure forzato. Lo stile è piuttosto macchinoso e poco fluido ma anche questo, a mio modo di vedere, è un pregio seppure innegabilmente appesantisce la lettura. Ma innalza l’asticella del valore letterario.

Il romanzo è anche un percorso di catarsi che avviluppa il questore protagonista in spirali di ravvedimento etico e spirituale: le certezze di un romano coriaceo e materialista vacilleranno fino quasi a crollare.

Ovviamente bisogna che il lettore sia consapevole del fatto che nulla di ciò che viene raccontato è reale; tutto sarebbe potuto accadere ma nulla è realmente accaduto, mai Roma ha inviato un questore in Palestina per indagare su Cristo. L’ambientazione e lo stile sono ottimi, ma non scambiate questo libro per un saggio. E’ opera di pura fantasia come qualsiasi altro romanzo storico.

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