Un incontro con Giacomo Leopardi! (Intervista impossibile)

Leopardi

A.Ferrazzi, (ritratto di) Giacomo Leopardi, olio su tela, 1820

Era notte fonda quando Edward Pollock udì dei bisbigli e il frastuono di libri gettati sul pavimento che provenivano dal suo studio. “Che siano ladri?” pensò il giornalista  newyorkese che da tempo si era trasferito a Napoli in cerca di pace dallo stress della metropoli. Afferrò l’ombrello vicino all’uscio e si diresse verso lo studio. Con mano tremante strinse la gelida maniglia della porta, esitò per qualche secondo che tanto bastò a farlo raggelare e aprì di schianto. Vide un uomo circondato da un timido bagliore, pallido, che guardava i libri, li afferrava e poi, con un’espressione sdegnata, li buttava a terra.

“Chi siete?” chiese Edward.
Sono Giacomo Leopardi. Si dà il caso che per qualche strano moto dei pianeti io sia tornato in vita per quindici minuti, tutti i morti lo sono. Forse non avrei dovuto osare dire “in vita”, poiché sono una semplice trasposizione del mio corpo, ma, in ogni caso, nonostante vi sia poco tempo, non desidero sprecarlo. Avrei infatti voluto leggere, ma qui trovo solo titoli che non conosco o che, ancor peggio, sicuramente non apprezzo come ad esempio “La felicità dell’uomo dovuta al suo progresso“. [sbuffa] Edward: Potete parlare con me e sapete, io sono un giornalista, potrei scrivere ciò che mi direte.
G.L. : Se la cosa vi aggrada.
E. : Ditemi, dove siete nato? Ho studiato letteratura inglese all’università e di voi so poco.
G.L. : Sono nato nel 1798 a Recanati, un piccolo paese dall’aria salmastra, quasi mortifera, che distrugge i nervi.
E. : E come passavate le giornate da giovane?
G.L. : Unico piacere a Recanati era lo studio, lo stesso studio che però indeboliva la mia costituzione e avvelenava il mio corpo e la mia salute. Tutto il resto era noia. Divenni fin da ragazzo un valido filologo, traducevo i classici greci, latini ed ebraici e lo stesso Dante era oggetto dei miei studi appassionati.
E. : E la sua famiglia?
G.L. : Un profondo rapporto legava me ed i miei fratelli. Specialmente Paolina, con la quale potevo discutere o trovare ispirazione per i miei componimenti, mi regalava tanto affetto, come pochi me ne hanno mai dimostrato. Mia madre era per me come la peste è per le povere genti. Devota come pochi, ella si rallegrava della mia salute cagionevole e dei malanni che colpivano me e i miei fratelli. Dal suo punto di vista, eravamo così lontani dalle vanità e dai vizi che corrompono l’anima. Fossimo morti ne sarebbe stata lieta, poiché voleva dire che Dio ci aveva chiamato a sé. Mio padre voleva per me la carriera ecclesiastica. Era un uomo più mite, ma anch’egli condizionato dal credo religioso, che ben presto io non condivisi più, prediligendo una visione più materialista della vita.
E. : Aveva qualcuno con cui parlare dal punto di vista intellettuale?
G.L. : Ovviamente sì. Iniziai una corrispondenza epistolare con Pietro Giordani, un illustre intellettuale lombardo, il quale comprendeva ogni mio pensiero e supposizione, incoraggiandomi alla composizione. Egli dava sfogo ed aria al mio desiderio di libertà, che un ambiente come Recanati opprimeva come un cuscino premuto sul viso. Mi venne anche trovare, sa? Ed io ebbi il desiderio di seguirlo quando ripartì, cosa che feci anni dopo.
E. : Mi pare un’adolescenza sofferta…
G.L. : La vita è sofferenza. Ma quando proviamo piacere alla fine? E cos’è il piacere se non l’interruzione della sofferenza stessa? Gli uomini si trascinano verso la morte sopravvivendo alle ingiustizie di quella che è la loro più grande nemica. E sa chi sia?
E. : No, non saprei. La morte stessa?
G.L. : No, non è la morte. Essa è forse una delle più grandi soluzioni. Anche se io non sono favorevole all’interruzione innaturale della vita, poiché non vi è cosa più egoista nei confronti dei superstiti che si lacerano poi nel dolore della perdita. No, la vera nemica è colei che ci ha creati. Colei che ci ha invitati in casa sua senza curarsi della qualità del nostro soggiorno. La Natura, signore mio, è la vera nemica. Colei che ha dato all’uomo l’irrefrenabile e infinito desiderio di piacere che mai potrà essere appagato, poiché nessun piacere è tanto grande o infinito da soddisfare gli illimitati desideri dell’uomo. Colei che lascia in balia delle calamità e delle sofferenze. Colei che illude il ragazzo con la spensieratezza giovanile, facendolo ricredere col dolore della vita adulta. A questo proposito, avevo un’amica eravamo legati da un profondo affetto, nei miei componimenti le ho dato lo pseudonimo di Silvia. Ella era giovane e bella, ma un malanno l’ha condotta prematuramente alla morte. Così ogni illusione che ci eravamo fatti su una possibile, gaia, vita futura è stata distrutta dalla cruda realtà dell’ordine cieco della Natura.
E. : E la società in cui viveva accettava queste sue ipotesi? Sono piuttosto dure da digerire.
G.L. : L’ ‘800 è stato un secolo in cui le persone si illudevano volontariamente. Facevano finta di non vedere i problemi che affliggevano il loro presente in nome del progresso che, a detta loro, avrebbe migliorato il loro futuro. L’unica che veramente sarebbe stata proficua era l’alleanza e la fratellanza fra tutti gli uomini contro le angherie naturali. Io scrivevo per mio bisogno e diletto, ma anche per comunicare alla società come, dal mio punto di vista, stessero veramente le cose. La composizione, a differenza della sola erudizione, era anche il veicolo tramite il quale la mente umana potesse riacquistare le perdute illusioni. Vincere la siepe della razionalità e dei suoi limiti, per arrivare a perdersi nell’immaginazione infinita e illimitata. Ovviamente ad un certo punto si deve tornare alla realtà, dove tutto è razionale, dove il lume della ragione ci permette di essere coscienti della nostra infelicità, come avevano sostenuto gli Illuministi stessi.
E. : Un’ultima domanda. Voi che avete provato l’esperienza della morte confermate dunque che questa sia la soluzione al dolore? Con la morte del corpo si ha davvero la morte dell’anima?

E fu in quel momento che Edward si rese conto di essere stato chino sul taccuino per troppo tempo mentre appuntava le risposte dell’illustre poeta, poiché egli era già scomparso.

Fonti su cui sono basati i dialoghi:

  • Lettera a Pietro Giordani.
  • Zibaldone di pensieri (ricordo 353-6, pensiero 4128; 4175-7; la teoria del piacere: pensiero 165-6).
  • Operette morali (Dialogo di un folletto e di uno gnomo, Dialogo di un venditore d’almanacchi e d’un passeggere, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, Dialogo della Natura e di un Islandese, Dialogo di Plotino e di Porfirio).
  • Canti (L’infinito, A Silvia, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, La ginestra).

Tutte le fonti sono di Giacomo Leopardi. L’intreccio e i fatti narrati nell’intervista impossibile sono ispirati all’Operetta morale Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

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