True Detective: l’essere vero non è così evidente

Salve a tutti gente! È il vostro amato Gerald che vi parla! Quest’oggi vorrei inaugurare il mio immergermi nel mondo delle serie televisive, e lo farò con una delle serie di cui al momento parlano in molti (anche per via della seconda stagione in onda ora su Sky), riferendomi unicamente alla prima stagione: True Detective.

Mi rendo conto che viene trasmessa in questo periodo la seconda stagione di True Detective, ma il mio obbiettivo non è quello di fare un confronto fra le due, sono totalmente d’accordo con l’articolo pubblicato da Wired Italia (qui per l’articolo) secondo cui le due stagioni non dovrebbero essere messe a confronto, e quindi mi asterrò dal farlo.

La conclamata serie HBO vanta una serie di importanti successi, sia dalla critica che dal pubblico, vincendo numerosi premi e diventando tanto popolare che durante la trasmissione dell’ultimo episodio l’elevato numero di utenza nello streaming ha mandato in tilt i server della madre di “Game of Thrones”. Scritta interamente, episodio per episodio, da Nic Pizzolato, la prima stagione è diretta da Cary Joji Fukunaga. Principali interpreti sono il premio Oscar Matthew McConaughey e un altro “attorucolo”, Hoody Harleston (nominato solo due volte all’Oscar….. SOLO), ma non passano per nulla inosservate anche le interpretazioni di altri attori, anche se meno blasonati, come Michelle Monaghan o anche i due detective meno veri degli altri due (non so, le battute non mi vengono bene oggi) interpretati da Micheael Potts e Tory Kittles.

Riassumiamo brevemente la trama di True Detective senza spoiler: in Louisiana viene ritrovato il corpo di una donna in quello che sembra il luogo di un rito satanico. Due detective della omicidi vengono incaricati delle indagini e diciamo che sono un po’ particolari. Marty Hart (Woody Harleston), che sembra quasi il classico cliché sui detective, tutto rozzezza e infedeltà verso la moglie, che accusa lo “schifo” a cui deve assistere ogni giorno della sua depravazione, e Rust Cohl (Matthew McConaughuey), decisamente la ciliegina sulla torta di tutta la serie, un uomo seriamente disturbato sia per via della vita che ha vissuto, per i traumi che ha subito, sia per la sua eccezionale intelligenza, perspicacia e incapacità empatica, che lo portano a tenere lontane le persone attorno a lui perché non in grado di comprenderle veramente. C’è da badare bene però, questi personaggi hanno un miliardo di sfaccettature, Marty sa essere un ottimo detective, e Rust riesce a provare compassione o altri tipi di emozione come gli altri, solo che tutto quanto è nascosto da una maschera di apparenza che loro stessi si sono calati sulla faccia per paura del giudizio degli altri. La trama, tornando a noi, non finisce qui. Gli eventi della Louisiana, ambientati negli anni ’90, si intrecciano con le indagini protratte nel 2012 da altri due detective, che ritrovandosi un omicidio con il medesimo modus operandi decidono di interrogare Rust e Marty, che evidentemente credevano di essere riusciti a fermare il colpevole.

Una trama piuttosto semplice quella di True Detective, un omicidio, forse qualcosa di più, delle indagini, una soluzione (ci sarà una soluzione, che grande spoiler eh?) e un finale coi controcazzi, permettetemi la volgarità. Ok ma c’è dell’altro? Certo che sì, sennò che ci sto a fare. Ho passato ore e ore a scervellarmi nel cercare di trovare un origine a tutto questo, che inizialmente mi sembrava la solita trama poliziesca, ma più andavo avanti con le puntate più mi accorgevo della profondità dei dialoghi, della capacità narrativa dell’intreccio continuo fra gli eventi degli anni ’90 e quelli del 2012, dell’immenso, profondo amore che provavo per Rust e Marty, del fatto che, effettivamente, la visione della serie era come un cocktail di farmaci che mi dava una adrenalina da capogiro, una droga per le mie sinapsi. Un amore istintivo e primordiale per qualcosa che sapevo avrei amato fin da subito. E così è stato. Le relazioni extraconiugali di Marty, la sua apparente inutilità, l’incapacità relazionale di Rust e il suo tremendo (aggettivo azzeccatissimo in questo caso) ingegno, li vedevo come minuscoli dettagli di un arazzo in bella vista su un muro enorme, e cercavo continuamente di fare quel passo indietro per riuscire ad ammirarlo tutto, e anche se non ho la presunzione di dire “ci sono riuscito”, quello che ho visto, vero o falso che fosse, mi ha fatto amare ancora più la serie.

Anche se sembrerà una cosa piuttosto ovvia, ma partendo dai personaggi, arrivando alla storia, le ambientazioni, le inquadrature, i dialoghi, un continuo camminare all’indietro, sono arrivato al primo grande dettaglio che potrebbe riuscire a spiegare cosa è stato, almeno per quel che posso aver visto, il motore primo della serie: il titolo. “True Detective” indica esattamente ciò che sarà la serie, un racconto in toto di ciò che prova un detective nel suo lavoro, un processo lento di esplicitazione, favorito dalle immagini che ci troviamo davanti, dai dialoghi di Marty nel 2012, soprattutto, dai dialoghi di Rust nello stesso anno solo in parte, di ciò che è la VERA vita di un detective della omicidi. Oltre a ciò, anche l’innato talento di queste due persone per questo lavoro riemerge moltissimo nella serie, portandoci a capire che l’immergersi nell’abisso dei sentimenti umani è una cosa complicata e che porta solo guai, e solo i più coraggiosi possono farlo. “Non è questo lavoro che mi ha reso così, piuttosto è la mia indole che mi ha reso adatto a questo lavoro.” dice Rust, e anche Marty nei suoi atteggiamenti e nella sua vita ci fa capire quanto anche lui fosse particolarmente portato a questa professione.

Per concludere questo articolo, già così lungo, vorrei dare un immenso merito a scrittore e regista di questa serie. Non hanno solo creato un’ottima serie, ma un nuovo format su cui potrebbero basarsi altre serie in futuro, portando ad un livello successivo la narrazione mediatica della serie televisiva. Vorrei affermare, con poca umiltà forse, che “True Detective” starà alle serie televisive come la scoperta della gravità è stata all’astronomia. Un saluto, dal vostro amato Gerald di quartiere.

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