Transformers 5, una congiuntivite cronica – recensione

No Michael, non farlo. Non accettare il divismo in sordina, quello di nicchia. Ripudia la qualità, emula Ferretti – lui si che smarmellava! E con un po’ di budget quell’ospedale saltava in aria davvero. Ecco, Micheal, sii te stesso: gragnuola di esplosioni, sceneggiatura rabberciata, estetica compromessa. Così ci piace. E Transformers – L’ultimo cavaliere così sfila sulla passerella dell’idiozia.

No, in realtà non ci piace. Ma andiamo lo stesso a vederlo. La spiegazione a tale comportamento non risiede in una parafilia masochistica, bensì in un rancore represso e poi deflagrato. Andando a vedere Micheal Bay uno che scrive di cinema ha su un piatto d’argento la stroncatura. Anche con la benevolenza del Padreterno, con l’animo imparziale, la bilancia si rompe e non si riallinea più. Transformers, ormai saga cinematografica prima che serie di action figure, si è conquistata la fama di velleità. Quello che fomenta in spettacolo lo sottrae a un armistizio con una sceneggiatura almeno decente. Dunque, signori, trama.

Vorrei lasciare il paragrafo in bianco. Un po’ concettuale, finanche bizzarro, ma onesto. Limitiamoci al pragmatico, però: Optimus Prime torna sul pianeta natale, Cybertron. Nello stesso modo in cui Chaplin busserebbe alla porta intatta sopra le macerie di una casa crollata (e con la stessa pantomima iraconda). Nel frattempo, sulla Terra, le fazioni sono quelle governative anti-robot e quelle brigantesche protette da un’omertà una tantum (e quando mai?) benigna. Poi ci sono di mezzo anche il bastone di Mago Merlino, Megatron, la Tavola Rotonda. Mancano solo i dinosauri. Che, disgraziatamente, compaiono troppo presto.

Vi è sottesa un’atmosfera epico-cavalleresca che prende forma soltanto superata la metà. Prima inseguimenti e pseudo-western futuribili, poi il nucleo drammatico che si risveglia troppo tardi: si deve trovare il bastone per scongiurare la distruzione della Terra. In tutto l’ambaradam fa capolino il divo di nicchia di cui sopra, Anthony Hopkins, ormai trascinato così tanto nella parte del genio alle prese con l’artificiale (vedi Westworld) che non ci si aspetta altro che sentirlo bisbigliare“Bernard”. Non accade. Ma ha un maggiordomo transformer (che non si trasforma) british fino ai circuiti, protagonista dell’unica scena utile all’intrattenimento, anche se con una struttura labile.

Sostanzialmente il quinto film di Transformers ribadisce l’incapacità del regista Bay di uniformare i suoi prodotti attorno a una coerenza ritmica narrativa. I montaggi paralleli che scorrono di fianco alla trama principale sono un esempio. Ma, anche, la totale mancanza di controllo, probabilmente con responsabilità in montaggio, della velocità del film, che affastella sequenze interminabili e vuote con scampoli inafferrabili di momenti cruciali. Non si tratta di una delazione al fastidio. Quello non c’entra. Qui si tratta proprio di essere maldestri.

A proposito di fastidio, uno spettatore accorto si trova continuamente straniato. Sembra di vedere un film alla Brecht, che rivela parzialmente i meccanismi scenici. Invece è Michael Bay, che di Brecht ha solo l’iniziale del cognome. Il motivo di ciò, inaudito, è l’aspect ratio polimorfa. Per i non tecnicisti, per “aspect ratio” si intende il formato dell’immagine, il rapporto base altezza – senza risalire agli Anni Cinquanta, tipi di ratio sono il 4:3 o il 16:9. Ecco, Transformers ne usa otto differenti. Il che, parlando per esempio di un documentario di repertorio, ha perfettamente senso. Ma in un film di finzione, quali che siano le scelte in sede di ripresa, spoglio della sceneggiatura o limitatezze degli inventari di magazzino, è una dissonanza che riecheggia dolorosa e aguzza. Appunto, si diceva, fastidiosa.

Transformers – L’ultimo cavaliere è una delusione, il viaggio che sfortunatamente non conduce al termine dell’esalogia. La scrittura bistrattata, il ritmo incoerente senza poetica, la tecnica asfaltata dalle smanie “creative”. Di tutto si salva, forse, una fotogroafia che stilisticamente si conforma al capitolo antecedente e cosmetizza colori e primi piani. Per il resto è un becero spreco di risorse. Come al solito. Ma almeno ci fa sfogare.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, e se sì, perché non condividerlo? In entrambi i casi ti invito calorosamente a seguire Very Nerd People su Facebook. Se questo scritto ti ha incuriosito, non temere: ce ne saranno altri. Solo il sabato, solo su Very Nerd People, solo sul viale d’ingresso

JG

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.

Condividi su