Tolkien: il glottoteta

Tolkien

Una delle attività più incredibilmente fruttuose dell’opera creativa di Tolkien fu la glossopoiesi. Per chiunque non lo sapesse, e per facilitare una rapida fruizione dell’articolo, la glossopoiesi è l’arte di creare linguaggi artificiali con conseguenti apparati grammaticali, con strutture sintattiche ben precise e con un bagaglio lessicale coerente e attendibile. Di per sé l’idea della creazione di un linguaggio ex novo potrebbe lasciare la maggior parte degli uomini comuni in uno stato di disorientamento. Insomma a ben pochi di noi verrebbe in mente di generare una lingua che sia strutturalmente motivata, che abbia delle solide basi linguistiche in senso morfologico e fonologico. Sarebbe necessaria, a chiunque volesse abbracciare un’opera di questo tipo, una profonda preparazione nel campo della linguistica e molte competenze glottologiche oltre che, ovviamente, uno slancio creativo quasi inverosimile. Tutto ciò, senza alcun dubbio, non difettava a John Ronald Reuel Tolkien. Come è noto, d’altronde, egli si era dato una accuratissima formazione in campo letterario e filologico pertanto possiamo ritenere che il nostro scrittore non fosse affatto privo degli strumenti necessari per portare a termine ottimamente un’impresa così titanica e inusuale.

John Ronald Reuel Tolkien

Egli, peraltro, era fortemente affezionato alle sue creazioni glossopoietiche, per così dire, e ciò ci spinge a reputare fondamentale uno studio e un’analisi dettagliati di questa specifica sua attività. La considerazione che meritano le lingue di Arda (l’Universo tolkieniano) è dunque ragguardevole anche in virtù delle affermazioni dello stesso autore, il quale più volte nelle sue corrispondenze epistolari ebbe ad accennare ai processi genetici di queste lingue (probabilmente mi occuperò dei suoi carteggi in un futuro articolo).

Come a corroborare quanto detto, potrei riportare che Christopher Tolkien, figlio di John, affermò che le lingue formulate da suo padre non erano un artificio volto a rendere verosimili e realistiche le vicende da lui narrate. Semmai era esattamente vero il contrario, ossia le vicende de “Il Signore degli Anelli” erano state costruite attorno alle Lingue, quasi come un qualcosa di collaterale, anche se indispensabile.

Alla luce di tutto questo mi pare importante possedere una pur scarna conoscenza di questi linguaggi, consapevoli che un approfondimento minuzioso richiederebbe un dispendio di energie intellettuali molto considerevole.

A questo riguardo risulta di grande utilità l’appendice F “Notizie etnografiche e linguistiche” posta a conclusione de “Il Signore degli Anelli” e composta proprio da Tolkien. Non abbandonatevi al malcostume di evitare la lettura di prologhi, epiloghi ed appendici perché, almeno in questo caso, rischiereste di declinare la conoscenza di aspetti curiosi e sapidi.

Sulla base delle fuggevoli ed essenziali informazioni fornite nell’appendice potremmo dire che nella Terra di Mezzo esistono 5 ceppi linguistici fondamentali:

  1. Lingue Elfiche. Strutturate sulla base del latino, con prestiti dal finlandese, dal francese e anche dall’italiano. Fra di esse la più importante è il Quenya che è anche la lingua maggiormente sviluppata e articolata nell’universo di Tolkien. Altro linguaggio elfico di fondamentale importanza è il Sindarin, l’”Idioma di tutti gli elfi che appaiono in questa narrazione”, una lingua più moderna e meno cerimoniosa. Ad ogni modo le lingue di derivazione elfica sono circa una dozzina.
  2. Lingue umane. Fra di esse l’Ovestron (o Lingua Corrente) è la lingua più diffusa nella Terra di Mezzo, parlata praticamente da tutti i popoli e utilizzata come lingua franca. Gli Hobbit parlano una variante dell’Ovestron. Le lingue umane ammontano, comunque, a poco meno di 20 nel complesso.
  3. Il Linguaggio Nero. Utilizzato da Orchi e esseri mostruosi similari, si dice che fu diffuso da Sauron fra i suoi servitori proprio per fare in modo che essi disponessero di un mezzo di comunicazione. E’ il linguaggio più irto e scaglioso, meno melodico e armonioso.
  4. Il Linguaggio dei Nani. I Nani “curavano e custodivano gelosamente come un prezioso tesoro del passato” la loro lingua. Essa è pertanto ignota totalmente a tutti gli altri popoli della Terra di Mezzo.
  5. Entese. Lingua ancestrale, parlata dagli Ent e caratterizzata da una musicalità molto accentuata. Esso è flemmatico e sonoro.

La porta di Durin, Signore di Moria

Come si può vedere la ricchezza di varianti è grande e anche la sofisticatezza e l’accuratezza dei vari linguaggi, che qui non poteva essere messa in luce con soddisfazione, è stupefacente. Si pensi solo alla creazione di complesse grammatiche ex nihilo.

A titolo informativo segnalo che Tolkien creò anche un sistema di scrittura, denominato Tengwar, impiegato per esprimere proprio tutti questi linguaggi di cui si parla. Paleograficamente molto interessante.

La parola “tengwar” scritta utilizzando il sistema di scrittura tengwar nel modo Quenya

Tutto questo, ovviamente, non fa altro che accrescere la maestosità e la magnificenza del contributo di Tolkien alla letteratura fantastica, ma anche alla letteratura tout court.

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Cicero

Sono un accanito lettore. Condividerò con voi alcune mie riflessioni e cercherò di invitarvi alla lettura. Ché è meglio.