The Hateful Eight: un altro capolavoro?

E finalmente ieri l’altro 4 febbraio è uscito nelle sale l’attesissimo The Hateful Eight, l’8° film di Quentin Tarantino. Mandrie di fan si sono riversate nei cinema e molti hanno anche cercato di vedere la nuova opera del regista nella versione originale 70mm, disponibile in pochi cinema. Ormai si è creato un vero fandom del genere e quindi le aspettative erano tante. La vera domanda è: il film le ha soddisfatte? Iniziamo con la trama.

La narrazione prevede una suddivisione della storia in capitoli, in totale sei. Il film è ambientato poco dopo la Guerra Civile Americana. Nel primo capitolo incontriamo una diligenza in viaggio, che cerca di affrettarsi nel raggiungere l’Emporio di Minnie dove attenderanno la fine della tempesta di neve che sta per sopraggiungere. I passeggeri della diligenza sono John Ruth (Kurt Russell), un cacciatore di taglie soprannominato “il boia” e la ricercata che sta portando a Red Rock per l’impiccagione, Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). Sulla strada incontrano un altro cacciatore di taglie che deve portare dei cadaveri di ricercati a Red Rock per essere pagato, il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson). Il suo cavallo è morto, la bufera sta arrivando e, nonostante i sospetti di Ruth riguardo un possibile complotto fra la prigioniera e il Maggiore, Warren riesce ad ottenere il passaggio. Lungo la strada incontrano un altro uomo che chiede loro aiuto: Chris Mannix (Walton Goggins), un rinnegato del Sud che sostiene di essere stato nominato sceriffo di Red Rock. I quattro giungono all’Emporio di Minnie mentre la tempesta sta già iniziando ad infuriare, ma non vi trovano la proprietaria, bensì Bob (Demián Bichir) che la sostituisce mentre è in visita dalla madre. Una volta entrati, Ruth mette subito in chiaro la sua posizione e cerca di sapere il più possibile sugli altri ospiti: Oswaldo Mobray (Tim Roth), che si presenta come il boia di Red Rock, il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e l’anziano ex-generale Sanford Smithers (Bruce Dern). John Ruth ha poche certezze: può contare sull’aiuto di Warren e qualcuno in quella stanza è d’accordo con la Domergue.

Il film si apre con una stupenda carrellata che, partendo da uno zoom su un crocifisso, si allontana abbracciando tutta una valle innevata del Wyoming. La colonna sonora composta da Morricone accompagna lo spettatore in un viaggio visivo che dichiara un virtuosismo artistico non indifferente. Si nota subito la qualità delle immagini, si nota subito che il celebre regista, ancora prima grande cinefilo, ha reso unico questo suo film. Perché? Perché ha scelto di girarlo interamente in 70 mm regalando inquadrature più spaziose e avvolgenti, immagini più nitide, colori più spiccati e una risoluzione praticamente perfetta. Il 70mm era stato abbandonato da quasi mezzo secolo ed è per questo che nella maggior parte dei cinema la versione riprodotta è quella trasposta su formato digitale che differisce sotto molti punti da quello in pellicola, trasmesso in solo 3 cinema in tutta Italia. Nel secondo all’inizio troviamo una lunga Overture sonora di Morricone che anticipa il film, alcuni dialoghi sono più lunghi e soprattutto vi è l’intervallo tra il terzo e quarto capitolo. All’inizio di quest’ultimo infatti la voce narrante sottolinea che sono passati circa quindici minuti dagli avvenimenti precedentemente narrati e introduce ciò che sta per accadere. Nella versione digitale la voce narrante c’è, ma manca l’intervallo. Tutti questi particolari sono un omaggio ai vecchi film in 70mm che prevedevano questa struttura e rendono The Hateful Eight un vero manifesto commemorativo

Ma il film com’è? Si vede senz’altro la mano di un cineasta esperto, la passione di cinefilo entusiasta, e il talento di attori formidabili che danno vita ad una storia che spazia dal genere B-movie/splatter a quello thriller e investigativo alla Agatha Christie. Il direttore della fotografia Robert Richardson, collaboratore di Tarantino dai tempi di Kill Bill, ha dato il meglio di sé grazie anche al supporto dell’ottima pellicola e del materiale a disposizione. Per quanto riguarda la sceneggiatura i soliti dialoghi volutamente tendenti all’assurdo tipici di Tarantino non mancano. Ci sono intere scene rette sul niente che tengono comunque lo spettatore incollato allo schermo. Una cosa gli va criticata però: la lunghezza, specialmente di alcune sequenze che fanno perdere la concentrazione. Girando l’intero film in un’unica stanza Tarantino dedica molto tempo all’analisi dei personaggi, analizzando e mettendo in riluce, come al suo solito, la stupidità, le stranezze, le dedizioni futili del genere umano, sempre glorificato nella tradizione cinematografica degli anni ’60. Un apprezzamento speciale va fatto nei confronti della Leigh, espressiva al punto giusto che si immedesima totalmente nel personaggio subdolo e completamente matto che deve interpretare. Ha ottime possibilità di vittoria dell’Oscar. Bisogna ricordare il talento di Tarantino e del suo team nell’aggiungere musica moderna sconvolgendo la tradizione dell’adattamento temporale: un western col rock è non convenzionale, ma un western col rock alla Tarantino è geniale.

Fatte tutte queste considerazioni è senz’altro un film che merita, ma non è uno dei suoi migliori. Con Bastardi senza gloria, Tarantino aveva alzato il livello, con Django l’aveva mantenuto, ma in questo sembra aver prediletto la tecnica piuttosto che la storia in sé, tornando forse ai tempi de Le Iene. 

Se stasera non sapete che fare andate al cinema a godervi questa perla!

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