The Fate of the Furious – recensione dell’ottavo capitolo

Fast & Furious sta diventando uno di quei marchi scomodi. Sulla scia anabolizzante di Transformers, erede con qualche grado di parentela di Micheal Bay e predecessore evolutivo delle macchine robotiche aliene, protocolla un proprio modus operandi di sgommate, missioni, giustizia. Difficile giudicarlo – e recensirlo? In parte. Perché insindacabilmente è un’accozzaglia di pistoni e glutei. Ma d’altro canto è anche un avvincente progetto che mischia sarcasmo e pirotecnia senza farsi mancare cliché più efficaci affidati ad attori di calibro marziale.

Cuba. Nuove regole, nuove sfide automobilistiche, nuovi assi nella manica. Dalla vita oscura e più fuorilegge di Dom emerge una figura criptica e seducente. Cipher (Charlize Theron), megalomane e talentuosa informatica ricatta Toretto – in modo non del tutto asessuato – costringendolo a tradire la famiglia. La Famiglia, anzi, data l’importanza che ha raggiunto negli ultimi capitoli del franchise. La trama, ora, si sdoppia: se il mondo universale rischia il soggiogamento, anche il mondo della Famiglia, e quindi Dom, traballa pericolosamente sul ciglio dell’irreversibilità.

Perché attirare nell’orbita i tanto deplorati film balbuzienti di Bay? Innanzitutto è la qualità del paragone che mette subito in chiaro i bassifondi cinematografici (e verosimili, se la categoria regge ancora) su cui ci muoviamo. Ma, se diamo a Cesare quel che è di Cesare, è un tipo di distinguo che rasenta l’obsolescenza. Dove la parola d’ordine è spettacolo i film passati dalle mani di Justin Lin a Gary Gray sono un caposaldo del genere, fin quasi a creare un brevetto – o, sicuramente, un format di tutto rispetto, almeno in senso remunerativo.

Che poi lo spettacolo richieda una forte sospensione dell’incredulità apre un’altra parentesi, piuttosto ingombrante. Chi si ricorda nell’episodio precedente le macchine paracadutate? O la corsa di Paul Walker sulla fiancata del bus mentre precipita, come un novello Legolas che si è dato all’automobilismo? (E mi astengo dal citare la retromarcia infernale di Dom…). Ma forse il punto è proprio questo. Fast & Furious è diventato talmente pacchiano, fragoroso, scalmanato da farne la propria firma e il proprio intarsio. Una decorazione senza sfumatura, tutta muscoli e propilene, che cattura anche lo spirito più presuntuosamente nobile e radicalizzato del cinema. Dove la sottigliezza si fa palestrata, un po’ analfabeta, sempliciotta, sì, ma di effetto adrenalinico.

A livello giudiziario, tuttavia, non lo chiamerei un proscioglimento. La saga difetta di molti particolari, e nemmeno tanto invisibili. Che vanno dalla ormai calpestata credibilità ai mastodontici espedienti narrativi – efficaci sì, ma fuori scala per qualunque parametro. Però, da araldo di quello spirito puro di cui sopra, non m’importa granché. Vin Diesel ha il suo carisma, la squadra/Famiglia è un vivaio di macchiette simpatiche, lo spettacolo inonda a bizzeffe. E non scordiamoci di lui. The Rock. Il motivo per cui vorrei incontrare lo sceneggiatore e capire se vale la pena stringergli la mano o denunciarlo per le battute che gli mette in bocca.

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