The End of the Fucking World – analisi e commento di un ghostwriter

“There is no such thing as a weird human being, It’s just that some people require more understanding than others.”

Ho scoperto dell’esistenza di The End of the Fucking World (TEFW d’ora in poi) alle 20:30, ho iniziato a guardarlo dieci minuti dopo. Questa premessa non vuole dimostrare quanto il trailer sia accattivante (lo è) ma per precisare, prima che inizi con la mia recensione (ATTENZIONE CONTIENE SPOILER), come io non abbia vissuto la parte di “meta-show” che circonda così tante delle nostre serie preferite e in cui tutti ci addentriamo.

Proprio nel già citato trailer lo show ci gioca il suo primo trucco: James si presenta definendosi uno psicopatico, apatico, in cerca di un essere umano da uccidere, dopo l’amara constatazione che ammazzare animali non gli porta più alcuna sensazione.  Alyssa è una ragazzina ribelle con il desiderio di scappare da tutto, di casa, dalla piccola cittadina inglese dove si trova, dove ogni cosa ed ogni persona rappresenta la noia, e ciò che non vorrebbe diventare mai.  Lei vede in lui un possibile compagno di fuga. Lui vede in lei una possibile vittima.

Ma, già nei primi due episodi, ecco il rivelarsi della serie nella sua vera natura, non una raffigurazione di due ragazzi oltre ogni limite sociale, non (solo) una denuncia su ciò che li ha portati ad essere ciò che sono, non una critica ai “giorni d’oggi” che uccidono i rapporti umani.  Al contrario, TEFW è principalmente una storia d’amore e di formazione, ridipinta, smontata e rimontata non solamente per il gusto del diverso, ma per mascherarsi, per riuscire a colpire al cuore di sorpresa.

Dietro a quelli che parevano quasi due stereotipi si rivelano dei personaggi a tutto tondo, due delle migliori raffigurazioni di teenager viste negli ultimi anni sullo schermo.
Perché in fondo la serie capisce perfettamente che le performance di Alyssa e James, nei confronti delle rispettive famiglie, dello spettatore, l’uno dell’altro, non sono altro che questo: “performance” da teenager, impegnati a interpretare un ruolo.

E’ qui che entra in gioco uno strumento narrativo rischioso, di cui la serie invece si nutre in grandi quantità: la voce fuori campo dei protagonisti. Espediente spesso abusato, utilizzato per spiegazioni allo spettatore o background narrativi, il più delle volte di dubbia utilità (Una delle più importanti regole che chi fa serie TV dovrebbe tenere a mente rimane sempre: “Show, not tell!”) qua ha una sua ragione di esistere.  In TEFW infatti le parole dei protagonisti non sono rivolte a noi, ma fungono da finestra nella mente di Alyssa e James, aprendoci la possibilità di rivederci in loro, di empatizzare, di emozionarci per il loro percorso, sia interiore sia esteriore (Da qui la citazione di inizio recensione, non proveniente dalla serie, ma incredibilmente adatta). Il percorso dei pensieri dei due, così mostratoci, aiuta a percepire come col proseguire della storia essi si avvicinino, fino a culminare con un pensiero in sincronia nel finale di stagione, tocco di classe.

Così li seguiamo, per poco meno di tre ore, appassionandoci alla loro fragilità mal celata, al loro passato di cui portano ancora i segni e alla chimica di una storia d’amore nascente, con tutto il romanticismo e la goffaggine che è tipica dell’età.  I momenti di pausa tra il susseguirsi degli eventi nella loro fuga sono probabilmente le parti più riuscite nello show; la scena del ballo, ad occhi chiusi, dovrebbe essere messa nella Antologia delle serie tv (viviamo in una realtà in cui certamente esisterà una antologia di serie TV nel giro dei prossimi 10 anni) nella sezione dedicata ai “Teenager’s love”.

Lo show meriterebbe una visione già se i suoi pregi si fermassero qui, avremmo di fronte una romantic story adolescenziale ben scritta e recitata, con due protagonisti quel tanto fuori dagli schemi da farci interessare ma quel tanto normali da farci percepire che “potremmo essere noi”. Ma ciò che eleva TEFW è la capacità con cui gli show runner sono riusciti a costruire in così poco tempo un contesto, una rete di personaggi secondari complessi, ciascuno a sua volta portatore di conflitti, domande, non presente solamente come “imprevisto” sulla strada dei protagonisti.

Tra le innumerevoli story line secondarie possibili dovrò sceglierne due come mie nomination al prestigioso Pippin Guard of the Citadel Award”, premio che d’ora in poi in ogni show sarà assegnato alla story line di cui vorrei più minuti. Prende il nome dal famoso Hobbit del Signore degli Anelli e invita gli spettatori a porre domande critiche ai registi sul maggiore rispetto dei ruoli secondari (Perché per esempio non abbiamo più canzoni cantate da Pipino a corte? Perché non un intero album?)

Le mie nomination:

  • La tensione tra le due poliziotte, apparentemente dopo una notte spesa insieme. (un messaggio per Eunice: lei non ti merita! Siamo tutti con te).
  • Phil, il padre di James, il personaggio che più volte mi ha portato sul punto delle lacrime, forse l’arco individuale più di successo dell’intero show. La rivelazione dell’ultimo episodio gli rende giustizia.

Chiudiamo con una lista  di 3 cose da notare che non sono ancora riuscite a trovare il loro spazio nell’articolo, ma che lo meriterebbero assolutamente:

  • Colonna sonora azzeccata, piacevole sul momento; non il tipo di brani che rimangono in testa per giorni ma quel piacere soffuso che porta a cercare su Spotify “The end of the f*****g world soundtrack” qualche giorno dopo mentre ci si prepara un thè.
  • La camicia Hawaiana di James e la giacca di pelle di Alyssa devono diventare iconici, meritiamo di vivere in un mondo dove ciò accade.
  • Topher! Eroe popolare, indiscusso, di mezza puntata dello show, la cui costernazione ed espressioni facciali meriterebbero maggiore analisi.

Ci sarebbero altre mille cose di cui parlare, ma non voglio allungare troppo… vorrei solo, per concludere, aggiungere la mia sul dibattito riguardante una possibile seconda stagione, benchè  qui le cose diventino insidiose…                         Viviamo in un periodo in cui la metà dei trailer al cinema sono sequel, remake, reboot, spin off, e puntualmente ci lamentiamo di ciò. Eppure osserviamo la stessa cosa con le serie TV: quasi tutte vengono prolungate una stagione di troppo, portate lontano da ciò che erano originariamente, fino a perdere la scintilla di innovazione, o la brillantezza della scrittura. Ecco, TEFW è un prodotto finito, è un film, strutturato in capitoli, è una storia. Un inizio, un arco, soprattutto una fine, tragica, splendida, o come volete voi, ma una fine, la mia speranza è che rimanga tale.

So che ciò non avverrà, Netflix non lascerà i soldi sul tavolo, la possibilità di una seconda stagione sarà troppo allettante per farsela sfuggire. Che dire quindi, rimarrò volentieri con l’immagine in testa di James che colpisce Alyssa e corre via, in un gesto di sacrificio finale.

 

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Leda

Caos, caos dappertutto! Anche adesso, nello scrivere la presentazione. Vorrei dire mille cose, ma non c’entrano. Mi dispiace, vi toccherà leggere i miei articoli se vorrete conoscermi! Lì, ve lo prometto, cercherò di metterci sempre me stessa