The Circle – insufficienza e superficialità (recensione)

Tra un Tom Hanks brizzolato e arzillo ed Emma Watson messia dell’era interconnessa, The Circle non fa centro. Si disperde nel troppo ordine, nella cupezza della distopia sventolata, nel dar lustro al divismo. Dietro, malandato e abusato, il sottobosco di potenziale ed estetica che sgomita per affiorare, per fare del cinema – che però non si palesa. Quello di James Ponsoldt rimane un film di taglia media, standardizzato e senza scuola di appartenenza. Soprattutto per la mancanza di personalità.

C’è uno Zuckerberg all’ennesima potenza (Tom Hanks) e la discepola prodigio arrivista con qualche scrupolo (Emma Watson). L’arena di arrampicata sociale è il “The Circle”, un’oasi utopica di lavoro e svago intrisa da un’euforia insopprimibile. Tutto è regolato da computer, rilevatori biometrici, microcamere invisibili. Ognuno di questi oggetti, come nelle migliori tradizioni, con i suoi pro e contro, a riprova che la tecnologia si definisce con l’utilizzo. Mae, questo il nome della protagonista, affronta il nuovo mondo abbassando sempre più gli scudi, fino a lasciarsi persuadere dai sogni di Bailey/Hanks. Sogni che, al pari delle suddette tradizioni, possono rivelarsi incubi.

Oltre a sguazzare in una tematica sempre attuale – il rapporto uomo-connessione digitale – a The Circle riesce anche l’ingrata missione di essere banale. L’arguzia mutuata dal libro da cui scaturisce, omonima pubblicazione di Dave Eggers, spunta qua e là solo a singhiozzo, senza veemenza. Vi aleggia intorno, e lo soffoca, una qualche sueprficialità tutt’altro (è d’obbligo specificarlo) che di argomento. Benché viralmente diffusa l’utopia/catastrofe di una sistema di controllo unico e senza testa, nel migliore dei collettivismi possibile, è lo stile che penalizza un film virtualmente quanto meno intrigante. O, per meglio dire, l’assenza di uno stile.

Ponsoldt mette mano a del materiale come un bambino interagisce con un’automobile. Dall’esterno, toccando pavido con mano giusto scocca e pneumatici – sgridato quando lo fa. Non promana una visuale, si barcamena come l’asticella della stadera invece che porsi su uno dei piatti. Il che, insorge a monito, non è niente di male, anzi. Invece di occludere lo spettatore con un’ideologia predeterminata lascia libertà di interpretazione, giudizio, mentre la trama, senza appello, trova suggello in una conclusione tutt’altro che libera.

Ciò che è evanescente è l’estetica sgualcita fino all’impalpabile. Trasparente a tal punto che anche una sempre lecita etichetta di “manierismo” risulta incoerente con il prodotto finale. La struttura è meramente narrativa, disadorna. Paradossalmente la messa in scena rende un servizio alla sceneggiatura, quando a cose normali – con tutti pregi e difetti – è il copione a sacrificarsi per una bella immagine. Se poi anche il ritmo si inchina a una cadenza flemmatica, anche solamente per consentire all’intelletto di metabolizzare e giudicare, non c’è niente di peculiare cui concedere un encomio, una lode. The Circle è sterile, introverso, manifesto. Carente di ninnoli quanto di fondamenta accattivanti. Forse è la circostanza. Forse è il cinema che ha perduto il monopolio di certe opere a vantaggio di piattaforme di più rapida fruzione seriale.

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JG
Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.
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