Sulla mia pelle – una recensione, una visione

Bologna, 13 Settembre 2018. Proiettano Sulla mia pelle a Labas, il centro sociale che l’anno sorso è stato sgomberato qua in città, d’Estate – fumogeni, scontri – ma che dopo una manifestazione è riuscito ad ottenere nuovi spazi dal Comune per continuare a fare servizi alla società (una scuola per stranieri, un laboratorio per i bambini, della buona musica, incontri…). Ho l’abbonamento a Netflix, ma è un film su una storia, quella di Stefano Cucchi, che purtroppo (ma anche grazie agli sforzi e alle lotte della sorella Ilaria) conosciamo tutti, collettiva, così vorrei vederla insieme a tante altre persone. E’ una giusta scelta. Il cortile si riempie, trovo posto solo perché sono arrivata 40 minuti prima. Siamo migliaia. E’ vivere un’esperienza tutti insieme, è sentirsi vicini e meno soli davanti all’idea che puoi entrare in una caserma dei carabinieri sano, e non uscirne più. Comunque sia andata fa venire i brividi. La proiezione inizia.

Di una settimana è la narrazione, si inizia con la fine, Stefano che non respira più, in un ospedale giudiziario, la prima scena, poi si torna indietro per capire come si sia arrivati fino lì, come sia stato possibile.

Stefano è Alessandro Borghi, l’attore di Suburra, di Napoli Velata, di The place. E’ dimagrito per entrare nella parte, è bravissimo. Il film è pieno di suoi primi piani, di suoi occhi espressivi in cui si vede tutte le sfumature di un ragazzo che ha una storia di brutti giri. E’ abituato a cercare di cavarsela, ma ora non sa come fare, perché in una brutta situazione, due vertebre rotte, non ci è finito in strada, ma in una caserma, un luogo dove non dovrebbe succedere mai niente di male, a nessuno. Ed è solo.

Perchè se il film è attento a mantenere un equilibrio, ad attenersi alle indagini, è proprio su questo che si concentra, sull’umanità umiliata, sulla solitudine: terribile. Quella di Stefano è la solitudine di un uomo, un uomo che sta male, che chiede il suo avvocato ma ne ha uno d’ufficio, che non riesce a vedere nessuno, non riesce a vedere la sua famiglia da quando viene arrestato e portato in tribunale.

L’emozione nel vedere tanta gente ha reso la foto sfuocata, eravamo davvero tanti

Noi la vediamo, vediamo sua madre, suo padre, la sorella, che dallo sconcerto iniziale arrivano alla disperazione mentre cercano di prendere contatto con Stefano ma non riescono. Si scontrano con la burocrazia, trovano un muro, impenetrabile. Sanno che Stefano è stato ricoverato, ma non sanno perchè, vanno all’ospedale giudiziario più volte, ma non glielo fanno vedere, cosa sia successo non lo sapranno mai. Dovranno chiederlo ai giudici, dovranno attendere l’esito di un processo che non si è ancora concluso, dal 2009. L’unica cosa che viene loro detta è  che è morto, da una notifica per l’autopsia. Momento più doloroso del film.

Dolore, frustrazione, rabbia, questo ho provato vedendo la pellicola. «Sono caduto dalle scale» dice tante volte Stefano agli ufficiali, mentre alle persone che incontra racconta di essere stato picchiato dai carabinieri, ma è rassegnato, ha paura. Cosa avremmo fatto noi? Sarebbe potuta andare diversamente se avesse parlato? Arrivo a concludere che non ha senso come domanda, che doveva andare diversamente dall’inizio, quelle due vertebre nessuno avrebbe dovuto rompergliele.

Eppure, se proviamo rabbia, nel guardare la storia tutti insieme, nel sapere che, tramite Netflix, può essere vista in 190 paesi, cresce anche la speranza, la speranza che sollevando l’attenzione sul suo caso, non ci saranno altri  Stefano Cucchi in futuro, non ci saranno più persone morte nelle mani della polizia, non ci sarà più omertà e impunità. Cresce la speranza che potremo avere piena fiducia nelle forze dell’ordine, dove tante persone svolgono il proprio lavoro per garantire davvero sicurezza e giustizia, e così vengono invece screditate  e disonorate.  Cresce infine la speranza che il reato di tortura sia più vicino ad essere riconosciuto in Italia, per tutelarci tutti, da chi ci dovrebbe tutelare, e sentirsi così sicuri davvero, in uno Stato civile. Quello che dovrebbe essere un nostro diritto dopotutto, quello che era il diritto di Stefano Cucchi e di tanti altri, ma è stato violato; inoltre, gli indagati così il silenzioso lavoro che .

Applausi alla regia di Alessio Cremonini, alla fotografia di Matteo Cocco, alla sceneggiatura.  Della qualità di questo film, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, hanno parlato in tanti, se ho preferito concentrarmi sul messaggio più che sui dettagli tecnici, è stato perchè, dopo un po’ di giorni, è ciò che mi è rimasto inevitabilmente di più, ciò che ho ritenuto più importante trasmettere. Quel messaggio però se i dettagli non fossero stati così curati non sarebbe arrivato allo stesso modo.

Un abbraccio a Ilaria Cucchi, a tutta la sua famiglia. Guardare questo film è un po’ come stare loro vicino, dire loro che la storia che con tanto dolore ci hanno raccontato ci interessa, è un po’ fare loro coraggio nel continuare a cercare sempre la verità. Per mille ragioni, ma soprattutto per questo, dedicategli 100 minuti, guardatelo. Davvero.

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Leda

Caos, caos dappertutto! Anche adesso, nello scrivere la presentazione. Vorrei dire mille cose, ma non c’entrano. Mi dispiace, vi toccherà leggere i miei articoli se vorrete conoscermi! Lì, ve lo prometto, cercherò di metterci sempre me stessa