Storie di ordinaria follia

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Buona domenica a tutti! Oggi sono qui per parlarvi di “Storie di ordinaria follia”  di Charles Bukowski, una raccolta di racconti fra le più famose di quest’autore così prolifico,per cui bisogna spendere due parole sulla sua figura.

Charles Bukowski nasce in Germania nel 1920, ma si trasferisce con la famiglia in America all’età di due anni, lavora per un certo periodo di tempo in modo saltuario, dopo aver abbandonato l’università, quindi inizia a scrivere riscontrando un clamoroso successo, muore nel 8 marzo del 1994. Quello a cui però tutti sono interessati non è l’autore in sè, ma il personaggio che l’autore stesso si è creato, poiché quando si pensa a Bukowski lo si collega alla figura dell’ubriacone, del solitario misantropo che odia le persone, o almeno odia doversi rapportare con loro, che quindi cerca di passare la sua vita defilato , vivendo come può senza cercare di fare qualcosa di straordinario, ma solo sopravvivendo. Questo è quello a cui si pensa, questo è Chinaski, il personaggio che rappresenta l’autore e la sua  visione del mondo.

La serie di racconti di cui vi parlo oggi è una delle prime raccolte dell’autore, che oltre ad essere tra le più famose, ed è il manifesto di questo suo modo di vedere il mondo. Ma che mondo? Semplicemente quello sporco  che suda, scalcia e ti prende a sberle non lasciandoti niente tra le mani, se non rabbia e solitudine. Ogni racconto ci “butterà” all’interno di questo universo e ci farà capire cosa significa  il mondo visto dagli occhi di un fallito o da quelli di una persona sola, per scelta a volte, che osserva il mondo e le persone che ricercano qualcosa d’effimero in continuazione. Passeremo quindi dal racconto di come due amici sono andati a letto con una “macchina del sesso”, a quello in cui viene descritta la permanenza di Chinaski a Tucson nel villino del poeta, per  magari finire con “occhi come il cielo” in cui l’autore racconta l’incontro con Dorothy Healey . Ovviamente non si può parlare di tutti i racconti, questi vanno letti e interpretati come meglio si adatta alla nostra visione, ma si può dire che ci viene presentata una realtà che si discosta dall’idea classica di “vita normale” e che su ciò fonda tutta la sua forza, la sua diversità e il suo successo.

“Do you hate people? I don’t hate them…I just feel better when they’re not around.”

 

Bukowski è un autore che ho sempre adorato, ma sto sfruttando questo articolo come mezzo per sfogarmi e spiegare il fenomeno che si è generato. Perché vedete il racconto della vita di una persona che odia il mondo, le persone e che vorrebbe essere lasciato solo, già di per se è ipocrita, poiché scrivendo questo si sta già gridando al mondo :” Ehi! Sono qui, guarda quanto sono diverso! Guardami Mondo!”. Anche se ovviamente comprendo il bisogno che ha una persona, anzi un artista, di esprimere ciò che vede per comunicare e rendere partecipi le persone del suo messaggio, quindi giustifico la sottile ipocrisia che si nasconde nella sua scrittura e nella figura d’ “autore dannato”. Quello che non giustifico è il fatto che certe persone si sentano parte di quel mondo, senza averlo nemmeno compreso a quanto pare, poiché si vantano e sbandierano ai quattro venti il loro ritrovarsi totalmente nelle  frasi e nei racconti di Bukowski, dicendo che loro sono come lui, che il mondo non gli capisce e ,finalmente, hanno trovato la giustificazione al loro comportamento, quando in realtà sono l’opposto di ciò che l’autore rappresenta. Vedete io non dico che nessuno possa rispecchiarsi in quella realtà o in parte di essa , dico solo che bisogna tentare di essere oggettivi, io per esempio ho letto ed apprezzato molte opere di questo autore ed in alcuni pensieri posso rispecchiarmi, ma non nell’interezza dei suoi racconti, perché se affermassi una cosa del genere sarei ipocrita, mi metterei in una categoria che non mi appartiene, in un genere che non vuole genere, il che è un controsenso.  Il messaggio che lui manda è quello di essere reali, prima con se stessi e poi con gli altri, cercando di uscire dalle “classi”,  fa tutto questo raccontando una realtà sporca di gente sola, per scelta o no, queste persone sono  i rifiuti della società e vengono utilizzati per spiegare il sentimento di disagio che si prova a vivere in questo mondo così frenetico, in cui molti rimangono indietro. Le persone che si vantano di ritrovarsi in Bukowski, o una grossa parte di esse, sono gli stessi che non vogliono essere lasciati indietro, che anzi ignorano cosa sia la solitudine e la depressione, che fingono di essere i disadattati perché gli conviene e lui non parla per loro. Egli a gran voce ammette:”sì, esiste qualcuno come te stronzo, non hai bisogno di sentirti approvato, non hai bisogno di cercarli e non devi dirlo  a tutti, vivi e vedrai che li troverai”.

Questa era solo la mia opinione su tutto questo “fenomeno Bukowski” e su “Storie di ordinaria follia”, se non avete mai letto niente di questo autore vi consiglio di recuperare il libro e di leggerlo, per capire ciò di cui parla e per capire il sentimento di sconfitta della persona normale travolta dal mondo.

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