Storia di un fantasma – recensione e DVD

Se vivessimo in tempi non sospetti si potrebbe esordire dicendo che A Ghost Story strizza l’occhio al cinema muto. Non sospetti perchè, da Ortolani in poi, tra Marvel, Stan Lee e J.J. Abrams, strizzare l’occhio è divenuto una fabbrica del ridicolo. Niente contro il ridicolo, vade retro. Per il film diretto da David Lowery, però, è necessaria un’espressione diversa, più consona alla forma perlacea che l’opera assume. Storia di un fantasma, ecco, si riappropria dignitosamente di una forma cinematografica obsoleta, dotandola di nuovo senso, nuova bellezza e, infine, ciclica, inesauribile disperazione.

 

Distribuzione DVD: Universal Pictures Home Entertainment (contatto Facebook)

 

Uscita DVD: 18/04/2018

Il film

A tratti, viene da soggiungere, sembra un western leoniano. Come mio padre scoraggiava il me appena undicenne dal vedere C’era una volta il west, “sono film lenti, fatti di musiche e silenzi espressivi”. Il lungometraggio di Lowery amplia come con un potente respiro la condizione di silenzio, di rarefazione. Sembra un film scenografato da Dreyer, per sottrazione: ambienti languidi, bianchi, avvolgenti e incombenti sui protagonisti. I quali non si stagliano, nei loro personaggi, contro la retina del pubblico. Casey Affleck e Rooney Mara parlano poco – di nuovo il silenzio – immersi in ambienti che echeggiano pensieri inafferrabili. Perfino i loro nomi tacciono, rispettivamente “C” e “M”, dedotti dai titoli di coda.

Accennare un passo di trama provoca un sorriso beffardo. “E mo’ come gliela spiego?”. Dopo una forte scena di intimità, scarica di tensione erotica e puramente affettuosa, C muore. Incidente d’auto e via all’obitorio. M, ricopertolo con il lenzuolo, lo lascia solo. Silenzio. Attesa. Il lenzuolo si solleva. Si sposta. Torna a casa, attende, osserva, tocca. C è diventato un fantasma, rappresentato secondo le convenzioni ectoplasmatiche e mostruore, uno spirito con una sindone sopra. Attende ancora, il tempo passa, M trasloca. Rimane solo, lo spettro invisibile a chiunque, tristemente solo. Abbastanza, in una sequenza dalla potenza di un terremoto – eppure fragile – da indursi al suicidio.

Storia di un fantasma, si diceva all’inizio, adotta il formato dell’immagine tipico del cinema muto (1:1,33). Diverso dall’abitudine di noi contemporanei, come afferma il regista ormai assuefatti – lui in primis – a pensare in formato panoramico. I silenzi – o meglio, la quasi totale assenza di suono verbale contribuisce a creare un effetto estetico vetusto, ingobbito dall’oblio ma rianimato dallo schermo. Sul quale, come un contrappeso, intervengono un’inconsueta spigolosità dell’immagine e al contempo la morbidezza setosa della luce.

Questa duplice polarità, improntata a essere quasi un forziere della narrazione, è in sé racconto. L’immobilità, l’incapacità dello spettro di osservare (la falsa soggettiva all’arriva Linda) ciò che non sia o riguardi M, la deprivazione indentitaria apportata dal telo che costringe il fantasma a una vita di ricordi confusi, sensazioni, ancorata a un unico luogo per motivi lasciati in sospeso… Il fantasma è circondato dal vuoto ed egli stesso rappresenta il vuoto.

Lo sfasamento (apparente) temporale è una possibile chiave di lettura. Il fantasma non sta solo vagando, sta cercando qualcosa – qualcuno. Finchè M abita nella casa al centro del film, i salti temporali sono semplici ellissi, tagli di ridondanza e velleità della storia. E, forse ancora più importante, M stessa è fulcro di memoria – ricorda la canzone, quasi la condivide (con una luce fredda anziché calda, e due posizioni diverse in scena) con il fantasma di C anziché con C in carne e ossa. Una volta che questa abbandona la scena, a dominare è la soggettività del fantasma. Ma, privo di identità, sospeso in un limbo per colpa del legame con una persona ormai assente, isolato, la sua non vita è un spirale crescende di confusione, entropia, incomprensibilità delle gandezze fisiche.

Ciò che lo spettatore vede è la visione del fantasma, interiorizzata nella sua figura. Incapace di osservare oltre, è anche incapace di percepire oltre. La sua condanna è impazzire, non sapere, essere non sospinto ma spintonato come un ragazzino in una mandria di bulli. Storia di un fantasma sfrutta l’iconografia atavica dello spettro per raccontarne una storia privata, contrapponendo l’universale al personale, invertendo le parti, portandole al collasso e alla pazzia. Insomma, cosa potrebbe capitare, se non la pazzia, se il cosmo divenisse persona e una persona divenisse cosmo? In questi termini la questione è impossibile. E se la mente non è in grado di comprenderla, impazzisce.

David Lowery mette in immagine il cinismo e la resa di fronte alla vastità del mistero, e la scomposizione surreale del mondo – in opposizione a una sua ripartizione logica e realista. Senza religione, senza laicismo, ma con una robusta dose di esistenzialismo romantico. Complici una colonna sonora sui generis e un’estetica svecchiata, Storia di un fantasma parla di fantasmi senza essere un horror. Li psicanalizza a distanza come un dottore neorealista. E lascia conti in sospeso che, indubbiamente, sono fuori portata per l’uomo.

 

Storia di un fantasma in DVD

 

A differenza del caso di quel “vecchio” DVD de Gli uccelli (se ne parlava qui), guardare il retro di questa edizione e leggere “1:1,33” provoca – per chi si approccia ex novo al film – un leggero principio d’infarto. Poi si approfondisce, si intuisce, si fa un duepiùdue senza troppi fronzoli e si capisce di trovarsi di fronte a un’opera piuttosto anomala. Quasi unica, se si considera che Dolan in Mommy utilizza un aspect ratio di 1:1.

Il contenuto dell’edizione non è vastissimo ma è sicuramente di qualità. Oltre a una scena tagliata (che, vista la natura del film, aggiunge immagini, e poco interferisce sul racconto) sono presenti il commento audio di regista e troupe, un breve intervento del compositore e, soprattutto, una sorta di documentario-intervista di quasi venti minuti.

Proprio questo documentario, andando oltre la normalità di trovare un contenuto nel genere in un DVD, ormai, è peculiare per la forma con cui è stato realizzato.  Lowery, Affleck, direttore della fotografia e produttori si riuniscono, con  videocamere ultrasensibili e al buio, in un luogo secondo la tradizione infestato. Niente di anomalo accade (se qualcuno se lo stesse chiedendo), ma la suggestione di parlare di un film così complesso in un ambiente simile, be’, è una spezia da non farsi sfuggire.

Inoltre, proprio nel documentario si fa riferimento a due punti importanti che meritano di essere citati. Uno è la spiegazione di un trucco utilizzato in una scena. Invece del digitale si è preferito adottare una tecnica semplice da prestigiatore, da “pre-vaudeville magician“, come la definiscono. Il che ci riporta direttamente alla parentela, seppur latente, con il cinema muto, a quell’epoca di pionieri come Mèliès e De Chomon che trasferirono l’abilità da palconscenico di fronte alla cinepresa. L’altro punto, sulla stessa falsa riga, riguarda l’utilizzo del formato simil-muto in quanto utilizzarlo, oggigiorno, prevede una dichiarata scelta di poetica.

Si consiglia, vista l’altissima qualità con cui è stato girato (cineprese da più di 2K e, in talune scene, anche una RED da 6K) di procurarsi, a parità di contenuti, la versione Blu-ray. In attesa che, se questo dolcissimo e sconvolgente troverà tale distribuzione, venga approntata un’edizione in qualità superiore.

 

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

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