Snowden, l’eroe dimenticato

L’industria del cinema brulica di film talvolta insensati. Film che rientrano nel novero del narrativo ma con un regime di racconto talmente vago da rasentare l’astrazione filosofica. Il discrimine, però, spesso è l’ispirazione a eventi reali e non il narcisismo artistico di chi li ha congegnati. Snowden, col patrocinio in prima persona del regista Oliver Stone, smentisce i cliché della futilità e racconta – come già era successo allo Steve Jobs di Danny Boyle – una verità che soddisfa i destinatari e stuzzica i complottisti. Un’inchiesta ricostruita, insomma, che allieta il pigro e informa civilmente.

In circa quindici anni la parabola di Edward Snowden (Joseph Gordon-Levitt) lambisce le vette della CIA e, invece di decrescere, schizza alle stelle per il furto di dati inestimabili sui sistemi di sorveglianza mondiale. Da patriota a spia, o almeno da patriota a profeta cibernetico che avvisa l’umanità, si rifugia a Hong Kong, dove in flashback ripercorre con fidati giornalisti le tappe del tradimento aggrovigliate alla sfera privata.

Parlare di un privato contrapposto a un pubblico regala quasi un sorriso. Negli anfratti dell’agenzia americana c’è spazio soltanto per un privato nel privato, inconfessabile, pena la corte marziale. Fuori da essa, invece, la privacy è un’illusione. L’intelligence nasconde peccati da guardone che invece di sbirciare dalla toppa spalanca la porta senza essere visto. Senza la vergogna della flagranza – evento impossibile – Snowden scopre ma non vuole vedere. Il suo stesso sguardo è messo in discussione da una coscienza che il nazionalismo ha sbiadito ma un senso etico straordinario rinvigorisce.

La par condicio è infranta e sbilanciata sulla condivisione dei comportamenti dell’informatico. La lettura sottosopra del film di spionaggio scende sotto la sanità governativa e, inevitabilmente, va sopra le righe dell’onore militare. Alla fine Snowden è il Fratello Maggiore del Grande Fratello, e offre di estendere la propria parentela. Incarna un benefattore ricercato che contrabbanda la smaterializzazione del potere: l’informazione. “Sapere è potere”. Foster Kane ha coniato il motto, Assange l’ha perpetrato (con un film in proprio) e l’americano rinnegato ne ha divulgato i misteri. Una scelta che evoca il Prometeo contemporaneo, osannato e maledetto.

Stone, con una mossa inedita, trascende il biopic e culmina nel documentario, annodando verosimile e reale – il vero Snowden, di cui Levitt è surrogato. Un uso essenziale e mirato del digitale interviene a rifinire i dettagli, visivi ma soprattutto impliciti. Per l’impostazione di concetti e conclusioni il film sembra La finestra sul cortile riscritto da McLuhan. Un Greenwich Village di calibro mondiale e una, due persone che monitorano l’universo. Con la differenza che qui l’assassino è l’eroe.

Ma il mondo è smemorato. Dopo tre anni dal coming out morale, lo scalpore ha avuto risonanza piuttosto flebile. La speranza è che questo racconto inviti a ricordare che 1984 è solo un libro e non un manuale per giovani dittatori. Snowden deve riportare la fiamma e ravvivare un fuoco sopito, e che lo faccia con la la serietà di un thriller o l’accuratezza di un documentario è di secondaria importanza.

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