Smetto quando voglio – Masterclass (recensione)

È appena uscito nelle sale. Più graffiante di Capatonda, più chirurgico (senza sorprese) di Zalone. E ci racconta un po’ il destino di tutti noi, laureandi disillusi, cui hanno inculcato l’idea che lo studio è un moltiplicatore di fama e guadagni. Quante volte ci hanno ripetuto che il crimine non paga? Sicuramente una retribuzione un gradino sopra i voucher e qualche scalinata sopra la vita accademica. Smetto quando voglio – Masterclass fa tesoro degli stilemi consolidati, ma per un guadagno di clima morale ne risente il messaggio più prettamente satirico.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Pietro Zinni (Edoardo Leo) e la cricca di cervelli gestivano un proprio cartello. Ma soprattutto ne sono passati di stupefacenti legali nelle discoteche. Le smart drugs proliferano inesorabili, gonfiano le tasche alla malavita e lasciano la polizia con le mani legate. Chi meglio della Banda dei Ricercatori, di nuovo a piede libero, può agire oltre la legge per sgominare la nuova piaga? Sicuramente c’è una miriade di risposte alternative a questa domanda retorica. Ma per la riabilitazione sociale si fa di tutto, e anche per uscire dalla monotonia degradata di vite insulse. I Ricercatori dall’eloquio fino sono di nuovo in pista, grotteschi ma risoluti.

Per inciso, quando di un film del genere (o di genere) si annuncia una trilogia c’è sempre una reazione tra il clamore e la sordina. L’eccitazione di quella piccola ressa di affezionati e l’indifferenza di coloro che scuotono il capo. Io faccio parte, da pochi giorni, della prima fazione. Con il consueto timore, però, che un secondo film avrebbe potuto deturpare l’armonia schizofrenica del capitolo iniziale. In fin dei conti la domanda che ci si pone (che precede anche “ma è bello?” e “ma ce stanno le bbattute?”) è un’altra. “Riesce a prolungare lo spirito irriverente e alternativo senza perdere identità, prurito sociale e commedia, tra virgolette, all’italiana?”

Premesso che una domanda del genere se l’è posta soltanto il sottoscritto con non poche elucubrazioni, sì. Masterclass ha il notevole pregio di sintonizzarsi sulla stessa indole di Smetto quando voglio, ormai diventato una forma mentis di sceneggiatura e regia, senza sovrabbondare la propria struttura con orpelli degeneri. È il degno figlio di un cinema atipico, americanizzato, che attinge come un’idrovora dal fertile acquitrino italiano. È la civiltà che vive in uno stato di perenne subbuglio eccitato e percettivamente irregolare, con l’enfasi cromaticamente sballata ormai marchio cinematografico di Sibilia.

Il politicamente scorretto, a malapena concepito, trova un degno rimpiazzo nella correttezza filologico-scientifica. Già la bozza originaria del film trova la nobiltà di un applauso (“un gruppo di ricercatori universitari scacciati dal mondo accademico mette su una remunerativa banda di spacciatori”). La sceneggiatura, però, è monumentale. In particolare questa tessitura di lodi è rivolta ai dialoghi, alla perizia lessicale e all’interpretazione delle battute, che rendono anche la situazione più surreale una bomba di umorismo e godimento verbale.

Al di là dell’ibrido di genere (un misto di gangster contemporaneo con la commedia sociale e sottotrama dell’assurdo), promosso nuovamente con lode, è il travalicamento morale che induce all’insoddisfazione. Lo stuolo di dottoroni insoddisfatti era un ammasso di reietti soverchiati e oppressi da una grave piramide sociale. L’unico modo per liberarsi dal giogo, a conti fatti, era delinquere – effetto collaterale: gratificazione monetaria e vita sregolata. Masterclass, invece, per i suoi scopi narrativi schiera il manipolo di ex ricercatori dalla parte del bene – sempre gratificati, sì, ma per le azioni che compiono, a prescindere dal loro stampo etico. La critica, insomma, sembra migrare dalla morte economica e culturale del mondo accademico sulla noia della vita universitaria. Il che non vuol dire che non sia vero. Di certo, però, è un calo di corrosività nei confronti del mondo.

E poi, ovviamente, ci sono le imperfezioni di legame. L’aggancio del sequel al suo predecessore avviene in pochi minuti con un semplice dispositivo di focalizzazione. È il finale, invece, che lascia a desiderare, troppo monco, inconcludente – seppur intenzionalmente –, che proietta senza titubanze e con molti dubbi verso Ad Honorem – questo il titolo dell’epilogo. Il quale, si spera, concluderà degnamente il ciclo. Ma chi scrive rimane dell’idea che un buon capitolo di saga debba sì arpionare i suoi fratelli, ma al contempo rivendicare la propria autonomia. Cosa che, suo malgrado, Masterclass non fa.

Comunque, Lo Cascio antagonista è più accattivante di Marcoré come “Murena”.

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