Sing Street, il cinema di musica che ci piace

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Oggi è facile corteggiare una ragazza. Anzi, il corteggiamento è un approccio spesso bilaterale che non richiede la sfrontatezza di un tempo. Ma Connor, quindicenne nella Dublino piccionaia delle opportunità e futuro leader dei Sing Street, non si trova certo a corto di sfacciataggine. Corteggiamento, a dire il vero, è una riduzione eufemistica delle sue improvvisate ma vincenti tecniche di seduzione. Lei è Raphine, aspirante modella; e Connor, più incuriosito che stregato – e infine innamorato – si dichiara frontman di una band inesistente che cerca un’attrice per un video musicale.

Sing Street, confutando le varie ipotesi denigranti – che lo vogliono un riciclo redditizio di una memorabile stagione musicale – offre anche delle garanzie. Una, screditando quanto appena asserito, è la fantastica colonna sonora; l’altra è John Carney, che, cinematografando musica, tocca sempre le corde giuste. Già Once non era una mera e sbiadita obliterazione; Tutto può cambiare (al secolo Begin Again) esibiva una spiccata felicità nella musica da strada. Ora, di ritorno in Irlanda, storpia il nome di un istituto cattolico (“Synge Street”) e lo trasforma in un complesso di ragazzini eterogenei e talentuosi.

Il film non si discosta da un canone diffuso di rappresentazione – rimangono i bulli, gli obiettori, l’amore in bilico. Le etichette inamovibili dei tipi fissi dilagano, anche fomentate dal film stesso – talora e bonariamente, sì, ma Carney è reo di schiavizzarle al proprio intento. Sing Street rimescola però con una formula non ripetitiva (ma nemmeno innovativa, del resto) il proprio incedere narrativo. Va di stoccata sull’amore e sulla musica, e con il tacco denuncia, quasi in postilla, il clima familiare, economico e religioso dell’Isola di Smeraldo in quel periodo.

Oltre a sembrare un manuale di sopravvivenza obsoleto alle scuole private (Come destreggiarsi tra bigottismo e minacce – e rimorchiare pupe) il racconto su Connor e gli altri è un accumulo di stadi dell’adolescenza. Il disorientamento, prima, poi l’infatuazione, il trauma genitoriale, il fratellone che dispensa dritte da ventunenne scafato. Principalmente, su tutti, è sintomatica la passerella discontinua di instabilità ideologica – come l’età presuppone avvenga. Il giovanissimo protagonista emula David Bowie, poi si incupisce nella fase oscura, costeggia il pop – e ogni esteriorità va di pari passo con una “fase” musicale.

E fulcro centripeto lei, Raphine, la sedicenne prestante con eleganza e priva di malizia. Raphine che fallisce nel riproporre espedienti alla Vertigo (alias La donna che visse due volte) e, come tutti, fronteggia la disillusione abbattendola. Irretita da Connor e adulata dal di lui fratello come diva fotogenica della band, nel tumulto narrativo emerge e conquista posizioni fino all’irrinunciabile. Si afferma all’incrocio tra musa novecentesca e femme fatale discreta, che travia ma rimedia.

Sing Street nasconde tratti genetici che rimandano, nella parte più goliardica e di educazione fraterna, a una parentela con School of Rock, mentre ben più esplicito è l’omaggio perpetuato a Ritorno al futuro. La musica, quella partitura di sogni e successi globali, interruttore intimo di lacrime e ricordi, non soffoca infine rabbia o dolore. La musica – così come i testi abbinati – raffina le emozioni velenose, comburente prodigioso per la ambizioni e i sentimenti della giovinezza. I “Sing Street” arrabattano accordi tutt’altro che scalcinati. Nei vicoli, nei parchi, all’aperto – tutte cifre nel curriculum di Carney – la musica inonda un angolo di silenzio. E sconfigge l’oppressione, psicologica o fisica, in qualunque sua forma.

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