Sherlock – il post 4×03 (e i suoi postumi)

Nonostante tutto. Nonostante le esagerazioni, il mantenimento di uno spirito coerente – anche se più o meno drogato –, nonostante quell’inclinazione tragica e profetica. Nonostante tutto il finale di Sherlock, ancora finale della sola quarta stagione, ha un sapore definitivo. Non perentorio, vuoi per il clima birbantesco che ne impregna i connotati o per il cronico smentire quanto mostrato. Però, in qualche misura tutt’ora non quantificabile, sigillato. Un pacchetto misterioso, prendere o lasciare. È questo il gioco. E quando il gioco inizia, Sherlock non se lo lascia sfuggire.

In parole povere, se avete visto Butch Cassidy l’amarezza finale è equiparabile a The Final Problem. Senza la certezza storica dei fatti, e senza quella patina retorica da cinegiornale dell’epoca dopo. Insomma, anche se dovesse giungere la sentenza di conclusione Sherlock Holmes è immortale, ricordiamolo. Nemmeno Conan Doyle è riuscito a ucciderlo, dando alle cascate di Reichenbach un tocco di mitologia cristiana. È pur vero che la BBC ha già dato fondo al repertorio delle cascate, in molteplici versioni – con o senza cappello, tanto per dirne una. E stavolta sembrano voler sigillare l’uroboro di Baker Street spargendo nell’aria londinese titoli di coda e benservito collettivo.

Col senno di poi – un “poi” che recupera anche un “prima” – dalla terza stagione qualcosa sembra ticchettare fuori tempo. L’asincronia è patologicamente causata dall’assenza di Moriarty, ingranaggio fondamentale o, per osare oltre il didascalico, cuore pulsante di Sherlock e di Sherlock Holmes. Non soltanto l’avversario ma la nemesi, secondo la regola filosofeggiante della necessità del nemico. L’incarnazione dei valori opposti, il ribaltamento morale. Ed è un effetto che, incendiato per attrito, si trova declinato nel detective del Duemila in modo meno manicheo, alleviato. “Sociopatico iperattivo”, è la diagnosi testuale del presunto eroe verso se stesso. A razionale riprova che la presenza di Jim lo squinternato non crea equilibrio bene vs male ma intorbidisce la fedina.

La seconda metà della serie (terza e quarta stagione) appare emaciata, orfana dell’antagonista investigativo per eccellenza. Questo non ne ha corrotto i meccanismi sarcastici, polizieschi o le dinamiche familiari, ma alla fine si è sentita la necessità di un ritorno. Vago, un paio di parole: “Miss me?”. È bastato paventare la possibilità di una morte fasulla, continuamente ribadita come irrevocabile, per smuovere un torpore impercettibile. Il vortice degli eventi ha risucchiato Sherlock nel suo stesso prodigio. Non siamo nell’universo Marvel o in Vaticano, morto un villain non se ne fa un altro. Tornare alla normalità non è più possibile, lo scoglio del non ritorno è un bruscolo nell’orizzonte del passato.

Allora cosa c’è, cosa invaghisce a tal punto da non poter rinunciare ai crimini irrisolti e brillantemente dedotti? Esclusa la risposta più ovvia – Benedict Cumberbatch – è l’impronunciabile idea, un tabù: che tutto deve finire. “Quando il sole sorgerà ad ovest e calerà ad est”, se fossimo alla HBO. Ma non ci siamo. La dimora di Sherlock è la nebbiosa Londra cosmopolita e brulicante di delinquenza, raffinati e insospettabili delitti che attendono dietro la porta del 221B. La quarta stagione è finita, i misteri svelati, i sentimenti – viscerali – eruttati. C’è poco di insoluto. Ma quel poco potrebbe essere un indizio sufficiente a dipanare nuovi casi, divellere nuovi misteri. E magari indosserà ancora quel maledetto cappello.

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JG

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.

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