Sherlock – la recensione dell’incredibile 4×01

Quest’anno è iniziato all’insegna dei fan. Sherlock è una serie che si fa attendere, una prima donna proprio come il suo arguto protagonista, benché refrattario alla moda. Uno dei pochi fenomeni seriali che non sazia gli appassionati con uno speciale di Natale al cinema, a causa della natura temporalmente filmica degli episodi stessi. The Six Thatchers è per tutti coloro che hanno aspettato “il gioco”, che da mesi interpretano il piccolo detective scorbutico per scovare indizi sul futuro dell’antieroe inglese sulla via della remissione.

Londra, tanto per cambiare. Moriarty terrorizza la metropoli con pochi secondi audiovisivi registrati dall’oltretomba, mentre l’esilio di Holmes Jr. viene abrogato seduta stante. Una cellula governativa, dopo aver insabbiato gli avvenimenti de L’ultimo giuramento, riabilita Sherlock, il quale si insedia nuovamente nel suo studio pazientando finché lo straordinario non bussi alla porta.

Lo straordinario arriva, come suo solito, e stavolta sorprende anche l’infallibile detective. Ma se Sherlock subisce uno schiaffo morale è il pubblico che riceve anche il manrovescio di ritorno. La prima puntata di questa quarta stagione, su cui aleggiano venti di chiusura nonostante le affermazioni di un paio d’anni fa, è stata dopata di intrighi più del solito, rischiando di oltrepassare un punto di non ritorno che la condurrebbe dritta a un finale. Pomposo, impepato d’ironia, ma pur sempre un finale. A dispetto di ciò, la puntata riesce a centellinare quel siero scanzonato che impregna tutto Sherlock, conservandone la severità barocca.

Ovviamente, superato lo scoglio dell’arcinemico e paventata la sua improbabile resurrezione, la serie rischiava di deludere non tanto per scarsità di contenuti e stile quanto per eccesso. Ebbene, di questa pirotecnia incontenibile non c’è traccia – appena qualche sintomo ancora dormiente. Più cupo, sì, a tratti tenebroso. Ma niente che preconizzi l’inevitabile decadimento fisiologico dovuto alla necessità di produrre anche quando le idee nascono mediocri.

C’è sicuramente meno baccano rispetto a ciò cui siamo stati abituati. Meno risoluzioni folli in favore di colpi di scena narrativi e non deduttivi, una linearità poco labirintica e soltanto percepita come tale. La compagine di Baker Street rimane capace tuttavia di inanellare battute e ammicchi talvolta anche formidabili, in modo sardonico pur senza destabilizzare l’equilibrio maggiormente cupo e tragico che domina il quarto atto di una storia senza tempo.

Tutto varia eccetto il catalizzatore, Sherlock Holmes, monolite dedito a delle emozioni troppo private perché trapelino. È bersaglio di criminali come di scherni a suo danno. Si (ri)trova abitualmente padrone della scena e di soliloqui assorti la cui ampollosità travolge anche gli ascoltatori più volenterosi. Quel che manca, forse, è proprio il diverso, in un microfilm affidato a formule collaudate e irreprensibili. Nonostante ciò Sherlock stupisce, proprio come aveva fatto per anni; intriga, come è abitudine; ironizza, come è carattere peculiarmente british. Che non ci siano fraintendimenti: i cambiamenti avvengono, e arrivano da sottoterra a mozzare il respiro, imprevedibili e imprevisti. Solo che, a fronte di quanto prospettato in circa un anno, e più, non c’è alcuna detonazione. Calma piatta. Almeno non dove la prevedevamo.

Cosa riservano l’episodio centrale e quello finale (è sempre frustrante pensare alla brevità effimera dei rilasci) lo scopriremo nei prossimi due lunedì. Magari un ritorno sbalorditivo, un conflitto insanabile, un nemico redivivo contro ogni processo logico. Oppure grazie alla solita palla da squash e un’adeguata pressione. Appuntamento con il mistero alla prossima settimana.

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JG

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.

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