PPZ – Senza Pregiudizio e con tanto Orgoglio

PPZ

È abbastanza facile intuire i motivi per cui Jane Austen si starebbe proverbialmente rivoltando nella tomba. Di pari passo, del resto, con gli incubi di letterati e filologi che sudano astio di fronte alla cultura di Orgoglio e pregiudizio stuprata da orde di morti viventi. Io, però, la vedo diversamente, non da cultore della romanziera quanto da appassionato di cinema e letteratura. PPZ – Pride + Prejudice+ Zombies non è un insulto al preromanticismo: ne è l’accrescimento postmoderno.

Accantonati il “pre-” e il “post-” (che comunque indica tutto ciò che accade culturalmente dagli anni Ottanta a oggi), sulla trama non c’è da appuntare granché. C’è la famiglia Bennet (Elizabeth su tutte), c’è il signor Darcy, c’è il pastore Collins – di cui, anche se odiassi Doctor Who, non potrei dir male, in quanto Matt Smith è sempre il solito, adorabile mattacchione – e vige l’ordinamento morale di due secoli addietro, perfettamente in linea con il romanzo originale. E poi c’è lei,  l’idea, smembrata e scarna, dilaniata e folle. Un’ idea che rasenta il sacrilegio letterario a opera di Seth Grahame-Smith, già sceneggiatore per Dark Shadows e La leggenda del cacciatore di vampiri, autore del romanzo da cui il film è tratto.

La leva dello scambio è azionata, ovviamente, dall’aggiunta degli zombie. Prima del proemio, che con simpatiche sagome da teatrino ci racconta gli antefatti, allo spettatore non è lasciato tempo per dubitare, scaraventato in medias res da una voce fuori campo femminile che rivela la’esistenza dei morti-che-camminano. PPZ si annuncia così consapevole della propria natura popolare e ibrida, già nota a chiunque abbia messo piede in sala, tanto da sorvolare sulle origini dettagliate del morbo e dare per scontato che la sorpresa dei non-morti non sia poi così sorprendente e gli spettatori così ignari.

La storia di Orgoglio e pregiudizio, rivisitata, riduce le sue proporzioni ad appendice del terrore instillato da morti famelici a caccia di cervelli, strenuamente combattuti da nobili guerrieri addestrati nell’oriente delle misteriose tecniche militari. Episodio dopo episodio il film tallona orme artistiche molto più grandi delle proprie, come un bambino che segue un gigante, osservato da migliaia di occhi prima di addentrarsi nell’ultimo atto della resistenza umana e dell’amore ai tempi dell’apocalisse. La maestosa presenza dell’aristocrazia, perciò, incombe, e permea le residenze fortificate dei più ricchi, come i Bennet e i Darcy, e con essa tutto il fardello del cerimoniale che impone. Il matrimonio è sempre caldeggiato quando non obbligato, le feste si danno con noncuranza e dissipazione, la donna è sempre oggetto – pur senza uncinetto e alle prese con risolini, spade e pistole.

L’etichetta e il flusso traboccante di sentimenti, dal disprezzo all’innamoramento, rimangono invariati nonostante la putrefazione latente degli esterni che si percepisce nell’atmosfera, mantenendo fulgide e inossidabili le uniformi e le moine. Chiunque, volente o meno, si attiene al protocollo comportamentale, così come la regia di Burr Steers si attiene a un copione verbale e stilistico che ricorda da vicino quello dei film in costume, anche se più cupo rispetto al collega Joe Wright. I dialoghi rimbombano sentimentalismo vittoriano da ogni sillaba, tenue imitazione di una letterarietà irraggiungibile, ma in coppia con la fotografia morbida e soffusa il film ostenta con impassibile sfacciataggine l’illusione del vero e romantico XIX secolo.

Questa sequela di appunti su Pride + Prejudice+ Zombies non conduce a nessuna analisi di significato, nessun messaggio nascosto che si celi tra gli stacchi di montaggio – a meno che qualche idolatra della Austen non si profonda, con cognizione, a esaminare l’influenza che gli zombie hanno sul significato classico. È una semplice retrodatazione dell’apocalisse, tutt’altro che horror, lontano dalle profezie venture di romanzieri e sceneggiatori e con un tocco di “steampunk mangiacervelli”. Ambendo solamente allo spettacolo e al grottesco non rinuncia a impiantare note di trash, da cui si discosta per non pervenuta autoironia, su uno scheletro da melodramma, grazie al quale, con la raccomandazione del libro e della trasposizione, si prende sul serio quanto basta per convincere anche noi.

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Adesso mi servirebbe un personaggio iconico dei Looney Toones, magari Porky Pig, per scostare di nuovo il sipario – fingete che ci sia. Mi bastano poche battute per avvertirvi: non avrete mica intenzione di perdervi il cliffhanger dopo l’inizio dei titoli di coda, vero?

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