Salgari e l’arte dell’immaginazione

downloadHo intenzione oggi di raccontare una storia diversa dalle altre storie che sono solito raccontare qui. Una storia a suo modo più affascinante anche se meno didascalica, più un monito e una ammonizione che una recensione. Diciamo pure un omaggio ammirato alla grandezza di uno scrittore ma allo stesso tempo una ammissione di inquietante imperscrutabilità. Per ora non è chiaro dove io voglia arrivare ma forse, alla fine, capirete cosa voglio intendere.

Emilio Salgari. Veronese classe 1862. Nacque in una famiglia problematica: il padre si suicidò credendosi affetto da malattia incurabile quando la madre era già morta da un paio di anni ed Emilio era, tutto sommato, ancora giovane. Ma fra tutte le altre cose siamo costretti a notare che Salgari non abbandonò mai, dopo averla scelta come dimora, Torino. La sua triste vita, stracolma di sofferenze e di angustie di vario genere, si svolse tutta fra il Veneto e il Piemonte. Mai un viaggio, mai il contatto diretto con una realtà diversa da quella dell’Italia post-unitaria del Nord-Est. Insomma un apparentemente uggioso immobilismo fisico e anche relazionale, osiamo dire, giacché i problemi psichiatrici della moglie gli vietavano una normale vita sociale. Egli stesso, quando i problemi economici si fecero gravosissimi e la moglie fu rinchiusa in un manicomio per via delle sue turbe, cadde in una profonda depressione e fu assalito da una malinconia insopprimibile. Al punto tale che decise malauguratamente di togliersi la vita il 25 aprile 1911, maltrattato e sottovalutato dai circoli letterari dell’epoca.

E poi ci sono i suoi scritti. Una produzione quasi sterminata e soprattutto ricca di vitalismo. Assurdo,eh? Uno scrittore suicida e costantemente frustrato capace di originare romanzi come Il Corsaro Nero, il ciclo dei pirati della Malesia, il ciclo dei corsari delle Bermude e tanti altri romanzi di ambientazione varia. Ed Emilio Salgari non aveva mai visto con i suoi occhi quei luoghi che tanto dettagliatamente descriveva, con una perizia e una cura del dettaglio che avrebbero lasciato credere che egli avesse visitato quelle terre più e più volte. Ed era forse l’occhio della sua immaginazione tanto eccelsa a produrre situazioni e descrizioni così vivide e coinvolgenti. La spuma dei mari che rincula, l’odore del sale nell’aria, i sensi completamente travolti da una esoticità che a me non pare manierata e accademica, ma sincera. E’ pur vero che egli passava molto tempo a documentarsi sui libri e a leggere resoconti di viaggi effettuati da altri. Ma mi piace credere che vi fosse qualcosa di più. Che Emilio avesse trovato davvero il modo di fuggire da un destino che lo voleva alienato, legato, oppresso e triste. Forse davvero conobbe la Malesia, duellò con corsari, sfidò pirati e solcò mari. Di certo seppe sfruttare ottimamente un materiale documentario che per quanto potesse essere ricco non era certo sufficiente per creare quei mondi e quelle storie che ritroviamo nei suoi libri.

E’ una storia triste e misteriosa quella di Emilio Salgari. Una storia che egli non avrebbe inserito nei suoi racconti, o forse si, forse tutto è, in un certo modo, autobiografico anche se in senso antitetico. Rimane alla fine un profondo sentimento di angoscia, un malessere doloroso di fronte ad un grandissimo romanziere che, prima di suicidarsi, lasciò scritto ai suoi figli: “Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600

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