Room, o l’imprevedibile virtù della conoscenza

Room

Chi è Jack? Non lo sappiamo. Non è una carta da gioco a picche, non è lo stolto eroe dei fagioli magici. No, non cominciate a sognare capelli dorati al tramonto: non è nemmeno il famigerato DiCaprio in Titanic. Jack non è nessuno. Jack non esiste. Vive, però, parla e agisce con la madre in un cubicolo di pochi metri quadri senza finestre, e per ragioni a noi sconosciute tutto il suo mondo consta di quello striminzito alloggio. È frutto dell’amore e dell’odio, ragione di vita eppure incidente. Ma chi è?

Nella caverna pitturata di cinema di Lenny Abrahamson, regista di Room (2015, vincitore di un Academy Award aka Oscar, e prima ancora del pazzo, stupendo Frank, 2014), Jack è – ed è lecito il verbo essere, garantisco – un bambino, piuttosto androgino, di cinque anni. Bel viso, bellissimi capelli lunghi e a sua detta sansoniani, grammatica un po’ meno buona. Le inquadrature, tutte riconducibili a un preciso disegno artistico, ce lo mostrano dall’alto mentre guarda Cielo, un piatto quadrato azzurro nel lucernario sul tetto, o quasi immobilizzato nell’arredamento. Tutto ciò che non può vedere appartiene a Televisione, peculiare simbologia del fittizio. Già, Televisione, Cielo, senza alcun articolo. Per Jack, infatti, ogni cosa non si attiva per azioni esterne, ma agisce a comando per proprietà intrinseche. Lampada illumina e produce calore, Sedia permette di sedersi, Letto di riposare con morbidezza e così via. E no, non viene definito Bagno, anche se è un po’ strano vedere il WC che sporge da una parete come un gargoyle (con strana affinità di significato, per altro, dato che il nome delle creature di pietra è un’onomatopea per l’acqua che, guarda caso, gorgoglia). Il bambino, comunque, conosce ogni millimetro del posto che, a questo punto sappiamo perché, chiama Stanza, come un feto se potesse conoscerebbe ogni parete della propria placenta. Jack fluttua allo stesso modo all’interno del capanno-incubatrice, per risorgere dopo cinque anni. Suona un po’ religioso, ma  Adamo ed Eva non avevano affrontato la stessa questione?

Room è una favola tragica che ha come morale l’esistenza tramite la conoscenza. Il piccolo protagonista, nei cui (pochi) panni si cala il piccolo Jacob Tremblay, conosce perfettamente luogo-mondo in cui vive, che per coerenza chiamerò Stanza. Old Nick, invece, carceriere e padre, dimostra in più occasioni di ignorare l’esattezza di ciò che avviene in Stanza. Ma è tuttavia una conoscenza fasulla ai nostri occhi esperti; vige lo stesso principio degli spazi multidimensionali di Flatlandia: esseri a due dimensioni non riescono a concepire la profondità, anche essendo vera non esiste. È il sapere del caos, disordine mutevole di cui Stanza è fornace e Jack araldo, in cui tutto è vero e poco esiste – tra cui lo stesso Jack: è sconosciuto, tranne che nell’abbraccio d’amore della madre.

Ecco che già una forma si plasma nel corso delle immagini, lungo una narrazione che ha dell’invidiabile per quanto ben congegnata. Ma Jack ancora non esiste, nessuno ne ha conoscenza; Jack non è vero.  Nel punto più profondo dell’evoluzione del protagonista il caos lo travolge. E ovviamente non vi dico quale momento, così come non vi dico una marea di cose: meno sapete, più il film vi emozionerà. Il mondo esterno oscurato dai sensi e dalle premurose bugie di Ma’ (all’anagrafe Joy Newsome, interpretata dalla ineccepibile, divina, fantastica, ecc. ecc. Brie Larson) diventa una prova quasi mortale con cui Jack ha un rapporto dettagliato a livello registico: ciò che vediamo del mondo sono dettagli tramite i suoi occhi, o primissimi piani del suo viso – una sorta di tentativo a mo’ di struzzo per annientare il pericolo. Finché non si ricongiunge alla madre, poi, è sempre schermato da indumenti-protezione. Jack e il mondo si conoscono reciprocamente conferendosi l’attestazione di esistenza l’un l’altro, ma il bambino ne è torturato. Sdraiato vede il cielo scorrergli davanti allo stesso modo in cui osservava il lucernario, non più piano ma solido, indescrivibile. Assapora la novità come un adolescente sorseggia il suo primo primo liquore, le percezioni impazziscono come un Big Bang. Lo sconfinamento da Stanza-caos a mondo-cosmo avviene tramite i cani: Jack aveva un cane immaginario, dice, e la stessa Ma’ finisce in Stanza a causa di un finto cane; una volta fuori da Stanza una delle primissime cose che osserviamo è proprio un cane, vero e tangibile. I sigilli dell’illusione sono infranti, definitivamente, quando a Jack vengono rivolte queste parole: “Tu sei vero“, quando lo abbiamo appena visto nella prima inquadratura ampia. Benché successivamente il bambino rinato – come affermerà lui stesso di avere un’età di trentasette ore – debba rapportarsi al mondo mediante la madre prima di giungere all’autonomia, la genesi dell’individuo fanciullo giunge a compimento. La conoscenza cancella le menzogne per svelarci ciò che non si traveste ma è autentico – ciò che esiste – indipendentemente dal fatto che sia visibile o invisibile: basta che sia vero. La verità, tramite il conoscere, è esistenza.

Room, e lo posso affermare gridandolo a pieni polmoni, è uno di quegli sporadici film che si fanno notare timidi dal pubblico pur essendo dannatamente luminosi. Ma meritava di più in fatto di premiazioni. Non dico che sia stato trascurato, ma nemmeno guardato con occhi seduttori e sedotti – così come il suo fratello su cui si è sorvolato troppo sulla regia e sull’opera intera The Danish girl. Un film del genere richiederebbe pagine e tempo per rendere conto di quanto l’ho spulciato tra immagini, inquadrature e battute, di quanto meticolosità si cela dietro ogni irrisorio fotogramma. Ecco, volendo concludere bene ho commesso un passo falso. Nessun fotogramma è mai irrisorio. Tutto è essenziale, al millimetro – o al fotogramma, se si preferisce. Dietro l’emozione agisce burattinaia la preparazione e la creatività studiata.
Dopo Room Lenny Abrahamson pare si appresti a dirigere ben due film, il bellico The grand escape e il pugilistico A man’s world. La parabola è in ascesa. Io fremo al pensiero di vedere altri gioielli mostrati dal forziere delle idee di questo autore.

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Qui trovate anche la nostra recensione di The Danish Girl.

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