Rock (‘n’ Roll) the Kasbah. Pop e non-flop

Rock the Kasbah

Esplosioni di luci. Boati, fragore e urla impazzite di migliaia di persone, di notte, quando solo fuochi e fari illuminano il campo. Potrebbe essere una descrizione indorata di una battaglia moderna con contraerea, mine e lanciarazzi; oppure, con un po’ di fantasia, un concerto Rock ‘n’ Roll. Magari tutti e due. Certo, perché se lo spettacolo si svolge tra le macerie di Kabul, in Afghanistan, il confine tra “arma da fuoco” e “microfono” è davvero minimo.

Il Medio Oriente di Rock the Kasbah (senza voler generalizzare di proposito, quello integralista) è il noto stereotipo per la sua fermezza nel contrastare l’avanzata dell’Occidente sgargiante e profano. Ma c’è chi apprezza la musica Rock degli americani, anche solo un tassista che tenta di imbonire qualche passeggero: tanto basta a Richie Lanz, truffaldino impresario discografico nella Los Angeles del mito e della musica, per involarsi sul primo aereo per Kabul e far partecipare la propria pupilla/segretaria ai concerti internazionali. Nei suoi occhi già luccicano sogni di cornucopie che vomitano oro e cartamoneta, quando tutto va a rotoli.

Solo e senza un soldo affronta, armato di parlantina e racconti fasulli, un’inarrestabile scalata ansiogena minacciato da esagitati armatori e cavallerizzi del deserto. Il terreno lastricato di bossoli è impervio, psicologicamente, corredato di disperazione e pitture sataniche dell’inferno in cui si trova. L’ambiente, infatti, detiene il potere del mistero che porta inevitabilmente a uno stato di tensione a breve termine, i cui picchi scemano con il procedere della narrazione. La loquela di Richie Lanz, inadatta a salvarlo dalle pallottole, non è efficace nemmeno contro le situazioni in cui si trova ripetutamente; l’ambientazione lo sottopone a una quasi totale dipendenza dalla buona sorte, inizialmente capricciosa ma poi commossa dalle sue disavventure. Oltre ogni situazione si nasconde uno scoglio imprevisto legato alla cultura, dietro ogni inquadratura si cela il disagio di Lanz, supportato dallo stile inconfondibile di Bill Murray.

Ora, chi scrive non è un esperto dell’attore, per quanto lo ammiri, ma il personaggio del film è indiscutibilmente il classico tipo “alla Murray”, indolente e cinico, portatore di una comicità drammatica, silenziosa e umoristica. Non c’è da ridere a crepapelle, al massimo si sorride delle peripezie scalognate di Lanz. Ha visto la strada per il successo e ha prenotato tutti i posti possibili per raggiungerlo, anche a costo di scavalcare i confini della guerra, laddove i tamburi e le trombe si confondono con smitragliate e deflagrazioni. Sopra le canizie del personaggio pendono decenni di storia del Rock, anche se un po’ contraffatta, che lo hanno trasformato nell’impresario decrepito del presente.

Con un paio di Ray-Ban, una kefiah e molta paura, però, all’intenzione di tornare a casa si sostituisce il miraggio del riscatto sociale dallo squallore in cui sguazza. Chi gli permette di invertire la rotta è Sulima Kahn, figlia del capotribù del villaggio Pashtun che, nonostante il divieto di cantare, evade di notte in una caverna munita di televisore e chitarra. Forse il vento, le stelle benevole o l’atmosfera mistica da Mille e una notte conducono il soave canto rockettaro alle orecchie miracolose di Lanz. La tentazione è irresistibile per un cacciatore di talenti, un po’ manigoldo ma in fondo – molto in fondo – animato da valori riscoperti, come lui.

La trama qui riproposta, nonostante la solidità strutturale, viene costruendosi esile per la diminuzione già accennata di episodi pregni di tensione, sempre più consci dell’impossibilità che a Richie accada qualcosa, e un buon tasso di prevedibilità. Non disdegna di fatto un significato sì scolastico, ma sentito, che supplisce alla semplicità della narrazione: cammina sulle funi accordate dell’emancipazione e del potere della musica, attorno alle quali si annodano alcuni dei principali successi della discografia a stelle e strisce in perfetta sintonia con l’atmosfera.

Il sogno americano approda infine anche in Medio Oriente, e il regista, Barry Levinson, con retorica quasi assente ma in realtà ben dissimulata che però non gli si addice affida il compito di messaggero di significato più al racconto in sé che alle modalità discorsive con cui è narrato. Non si può additare il film come uno scempio del cinema, come è stato criticato, ma nemmeno elogiarlo pienamente. Adempie però a quanto promesso dal titolo: grazie allo scalpore della cantante rivestita dal velo islamico la polvere fondamentalista si scrolla dai muri atavici di Kabul, i cui pilastri, forse, non sono più così radicali.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.