Il regno (poco) horror dei Freaks

Freaks

Per quest’anno Tim Burton non è il mio re di Halloween. La corona non ricade su Jack Skeletron e l’infanzia di Wonka continua a indossare il gelido cilindro. Quest’anno per me il sovrano di Halloween è Tod Browning. Un po’ per rompere la tradizione e un po’ perché ho appena visto il suo sacrale capolavoro, per dar lustro a un sempiterno esponente del cinema horror. Giù le maschere, allora, di fronte al film maledetto. Agli orribili, teneri, amabili e vampireschi Freaks.

Siamo a cavallo del 1930 quando Browning, prolifico regista hollywoodiano, viene conteso da due autorevoli case di produzione. Per la Universal realizza Frankenstein, pilastro del genere, e subito dopo – anzi, l’anno successivo, il 1932, è richiamato da Irving Thalberg (a capo della Metro Goldwyn Mayer) per controbattere al successo del moderno Prometeo. A lui è affidata la regia di Freaks, melodramma circense di un nano segretamente ereditiero, Hans, che fa il filo alla spocchiosa e doppiogiochista acrobata Cleo. Accanto a loro forzuti, siamesi, focomelici, tartaglianti e donne barbute, compagine disomogenea di fenomeni da baraccone.

Cleo e Hans

La loro virtù è insita nella loro deformità, reperti da museo delle bizzarrie. È così che una guida tutta cappello, farfallino e oratoria conduce un drappello di curiosi nella propria “mostra dei freaks”, relegati alla passività dello sguardo degli uomini. Dalle speculazioni su un orripilante essere, concesso allo spettatore soltanto infine, scaturisce la narrazione circense. Ma l’intreccio tarda a sopraggiungere, negando ad Hans & Co. il diritto a una storia che li riguardi.

Freaks è una legittimazione di ciò che la natura ha prodotto con cattivo umorismo, dando vita a esseri umani cui non è riservato un trattamento congeniale all’umanità. Ed è il meló patetico-vendicativo ad avallare un loro riscatto. Il piedistallo contorto su cui i cosiddetti fenomeni sono in mostra si frantuma una volta spodestato dalla trama che conferisce loro giudizio, parola e azione.

Il film, insomma, si evolve volontariamente da uno grado di ostentazione materiale a una nobilitazione drammatica dei sentimenti. La quale, al termine del percorso nel circo, straripa anche dalla circolarità esibitrice della mostra e si conclude con una sequenza prettamente narrativa e di pentimento. Certo, nel XXI secolo l’emancipazione occidentale non dovrebbe porre il problema di accettazione anziché repulsione. Ma con un balzo di ottant’anni e più nella storia culturale si comprende perché un film del genere fu censurato, disconosciuto e scomunicato da chi aveva insistito per realizzarlo.

E oltretutto è anche un affronto al presunto statuto di essere umano. Vigoroso, formoso, completo e con licenza allo scherno. Basta specificare il colore di occhi e capelli e otteniamo un clone ariano in vitro. Gerarchi dell’umanità, ecco chi erano Ercole e Cleo di fronte a quei vomitevoli e abietti freaks. E allo stesso modo chiunque abbia osteggiato il film.

Perché c’è un ultima particolarità nell’opera di Browning che non deve esser sminuita o, peggio, obliata. Non sono l’esperto che cerco di far credere, ma nella storia del genere horror si sono succeduti cambiamenti tangibili. Dal classico al moderno al contemporaneo, dai mascheroni grotteschi alle atmosfere elettrificate, fino agli elettrocardiogrammi d’oggi che sprizzano ogni tanto un cardiopalma di metamorfosi eunuche.

Ciò che è rimasto immutato, però, è la finzione. In Dracula come ne I Goonies, denti posticci e truccatori artisti. Idem per l’attualità, tanto più con l’ausilio del vituperato ma comodo digitale. La finzione accomuna il genere attraverso le epoche. Sempre. È una regola, e come tale necessita un’eccezione. E il corollario è Freaks, dove le barriere tra cinema e verità sono abbattute a colpi di realtà, drastica e malata, ma pur sempre umana, rispettabile e, laicamente, inoppugnabile. È tutto vero.

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