Recensione: Tearaway

Continuiamo la nostra maratona sulla Playstation Vita con Tearaway, uno dei pochi titoli a saper sfruttare tutte le potenzialità della console su cui funziona.

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La Playstation Vita è innegabilmente una grande console. Dopo anni abbiamo capito tutti che ha delle potenzialità estremamente alte e che il suo problema, purtroppo, è una certa carenza di titoli fra cui scegliere. Per quanto in questi ultimi tempi le scelte si stiano moltiplicando, le vendite fanno tutt’ora fatica a prendere il volo.

Per chi non lo sapesse, la Vita è dotata di due levette analogici, due fotocamere (una posizionata sul fronte ed una sul retro), microfono, funzione di sensibilità al movimento e, soprattutto, un preciso touch screen frontale ed uno (meno preciso) dorsale. A mettere in mostra queste potenzialità ci ha provato Little Big Planet (direi con successo) ma da allora nessuno ha presentato altrettante interazioni con la piattaforma portatile.  E’ con il proposito di spezzare questa maledizione che è stato concepito Tearaway, il platform che fa delle interazioni con l’utente le proprie fondamenta.

Questo intento, il cui successo è evidente fin dai primi istanti, si manifesta in molteplici vie: per esempio ci troveremo spesso a toccare il touch screen posteriore per bucare letteralmente il mondo di gioco e sgomberare quindi il percorso dai nemici. Un altro esempio potrebbe essere di come ci viene richiesto di toccare alcuni nemici, dopo averli storditi saltandoci sopra, per eliminarli.

Ovviamente non basteremmo noi a soppiantare totalmente il ruolo di protagonista, ecco quindi che ci troveremo anche a comandare Iota, un messaggero di carta con la missione di consegnare una lettera al Tu, una divinità risiedente nel sole (noi siamo la divinità in questione e la nostra figura e sempre raffigurata col nostro stesso volto, ripreso in diretta dalla fotocamera).

Salteremo, rotoleremo e correremo in un mondo 3d fatto da elementi 2d, perchè? Perchè l’universo in cui avventuriamo è completamente fatto da fogli di carta, colorati e non. I nostri stessi avversari si chiamano “cartacce” e sono fatti di spezzoni presi da quotidiani.

E’ proprio qui che vivono i pregi di Tearaway: l’ambientazione è estremamente suggestiva e soprattutto interattiva, sono numerosi infatti gli elementi a schermo che reagiscono al nostro passaggio (i fiori si aprono e le piastrelle si schiacciano) e numerosi sono anche gli oggetti od animali che ci chiederanno di fargli una foto o di modificare il loro aspetto con componenti che noi stessi disegneremo e poi ricaveremo da semplici fogli di cartone.

Dopo un notevole comparto audio ed un ancor più riuscito lato grafico non si può, purtroppo, non parlare dei difetti: difficoltà e longevità. Mi sembrano entrambi ovvi e privi della necessità di una spiegazione: il gioco non è pensato per limitarsi ad un pubblico adulto e questo limita molto la sfida che ha da offrire; la cura riposta negli ambienti ed in ogni singolo livello, invece, giustifica in parte la relativa brevità del titolo.

Non approcciatevi a Tearaway come ci si approccia ad un qualsiasi platform, iniziate Tearaway come se steste per iniziare una gita in un bosco. Sarà bello e sarà relativamente breve, vi metterete in gioco e darete il vostro contributo ma nulla di più. Vi ricorderete della bella giornata che avrete passato e magari la consiglierete ad altri, purtroppo però non sarà nulla di più.

 

Voto:

8/10

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