Revenge

RECENSIONE: Revenge (Coralie Fargeat, 2017)

Revenge

La mia mano po esse piuma e po esse fero, diceva Mario Brega. La bellissima Jen (Matilda Lutz), fa tesoro di questo motto in Revenge, lungometraggio d’esordio della regista Coralie Fargeat, uscito nelle nostre sale il 6 settembre. Jen è l’amante di Richard (Kevin Janssens) che la invita a una battuta di caccia per passare il weekend da soli in una bellissima casa isolata nel deserto. Tra una notte d’amore e l’altra arrivano i due amici di Richard, Stan (Vincent Colombe) e Dimitri (Guillaume Bouchede). I tre trascorrono una notte di bagordi e Jen si diletta in balletti provocanti. Ma la mattina dopo niente sarà più lo stesso e la ragazza diventa preda del desiderio degli uomini.

Violentata da Stan sotto gli occhi di Dimitri che chiude occhi e orecchie alzando il volume della tv e poi vittima della furia di Richard che non vuole dare il via a uno scandalo, Jen è costretta a fuggire con scarsi risultati che le costeranno la caduta da un precipizio. Sopravvissuta all’accaduto, la nostra protagonista è intenzionata con tutte le forze a consumare la sua vendetta.

Revenge, come suggerisce il titolo, appartiene al sottogenere del Rape & Revenge ed è un ottimo esemplare. La brava Coralie Fargeat trasforma la bellissima Jen dal corpo mozzafiato e spensierata dell’inizio in una ragazza sporca, brutta, scombinata quando è il momento di diventare cattivi. Non lesina in dettagli sia scenografici che sonori per rappresentare la bestialità dell’uomo – Dimitri che mastica il cibo mentre guarda lo stupro prima di chiudere la porta e andarsene, i fiotti di sangue che cadono a terra investendo i poveri insetti, Stan che affoga una formica nel suo piscio – culminando in una scena finale davvero spettacolare che da sola vale il prezzo del biglietto.

La Fargeat  è anche una bravissima sceneggiatrice. Con dialoghi ridotti al lumicino, sono i luoghi, i corpi, i gesti e le espressioni del viso a dire più di mille parole. E poi c’è il povero Roberto, il pilota di elicottero che viene sempre chiamato, ma poi non si sa più che fine fa visto che il suo mezzo non serve più, ma non viene avvertito da nessuno. Questo pover’uomo, che comparirà una sola volta quando porta Richard e Jen nel deserto, mi ha fatto tanta tenerezza. Per me è lui il protagonista morale del film.

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Ho 29 anni, di Salerno, ma residente a Milano, sono un divoratore di film, specialmente horror, musical e animazione. Amante anche delle serie TV, dei buoni libri e di qualunque cosa rappresenti Arte.