RECENSIONE: Red Sparrow – l’importanza del punto di vista

Con Red Sparrow Francis Lawrence e la sua beniamina Jennifer Lawrence (no, non sono parenti) danno prova di essere cresciuti parecchio: sono lontani i tempi della saga di Hunger Games, in cui lui dirigeva una ragazzina destinata a diventare l’idolo delle masse dentro e fuori lo schermo. Tre anni dopo l’ultimo capitolo della trilogia Francis Lawrence si affida ancora ad un libro di successo per portare al cinema Jennifer nei panni di una giovane spia e seduttrice pronta a tutto.

Dominika Egorova vede la sua carriera di prima ballerina del Bol’šoj tragicamente interrotta da un incidente sul palco: messa alle strette dallo zio Vanja, potente vicedirettore dei servizi segreti russi, è costretta con il ricatto a diventare una spia al servizio del paese ep oter garantire una casa e delle cure alla madre. Dominika cambia nome e diventa una Sparrow, una spia pronta a sacrificare qualsiasi cosa per la Russia: corpo e ideali non contano più nulla di fronte ai bisogni dello Stato. Parallelamente, l’agente della CIA Nathaniel Nash cerca di riprendere i contatti con una talpa russa e viene a contatto con Dominika, appositamente inviata sulle sue tracce per impedire la riuscita della missione.

“Io amo il mio paese!”
Così urla ossessivamente Dominika nella scena dell’interrogatorio, facendo di tutto per negare la sua colpevolezza di fronte alle accuse dei servizi segreti, e così urla questo film: ogni fotogramma è un elogio allo stato americano che guarda con disprezzo i rivali russi. Persino l’ambiente si schiera con l’una o con l’altra parte. Se le scene che hanno per protagonisti i russi hanno sempre una patina di marcio e decadente, fino a svolgersi in sotterranei bui che somigliano fin troppo a delle fogne, quelle con gli americani sono sempre in stanze rassicuranti, dai colori neutri.
Per chi alla fine della pellicola stentasse a capire la classica divisione tra buoni e cattivi interviene il breve monologo della Talpa a chiarire la situazione: gli Americani sono liberi, non c’è nessuno Stato a obbligarli a fare qualcosa, loro non usano metodi brutali, non pestano nessuno e non inviano sicari a scuoiare la gente.

Sì, perché siamo di fronte ad un film che non si fa problemi nel mostrare anche le scene più forti. Il regista gioca con il nostro stomaco mostrandoci senza troppi preamboli stupri e torture, giocando con i nostri sentimenti e con la nostra rabbia, che ci porteranno a schierarci dalla parte giusta.
Lawrence gioca anche con i nostri occhi, portando in scena un vero e proprio balletto sin dalla prima sequenza: l’apertura del film, che racconta quello che accade a Dominika e a Nash, è montata con precisione chirurgica. Rimbalziamo dalle luci della ribalta al buio di Gorky Park trasportati dalla musica originale di James Newton Howard con gli occhi incollati allo schermo fino a quel fatale CRACK!
Una piccola curiosità: Jennifer Lawrence ha dichiarato di aver fatto pratica di balletto per poter girare Red Sparrow, anche se ha confessato che non fa assolutamente per lei. Complimenti per la dedizione e anche per la splendida prova attoriale in cui ha dimostrato di saper vestire i panni della letale seduttrice senza troppa fatica.

In tutto questo splendore però manca la sostanza: la trama zoppica, tenta di correre per poi inciampare su se stessa, confondendo lo spettatore sulle motivazioni che guidano i personaggi. Questi sembrano infatti mossi non da convinzioni profonde ma da necessità di sceneggiatura, prendendo scelte che fino ad un attimo prima sarebbero sembrate assai improbabili oppure, per contro, affidandosi a decisioni classiche e prevedibili.
Insomma, Red Sparrow è un film sicuramente godibile e consigliato, capace di intrattenere per un paio d’ore, ma che potrebbe lasciarvi un po’ di amaro in bocca all’uscita dalla sala.

 

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“Non tutti gli erranti son perduti” diceva uno famoso, e anch’io ogni tanto mi trovo a peregrinare tra una storia e l’altra: film, libri, fumetti e giochi di ruolo scandiscono le mie giornate. Colleziono dadi e bottiglie vuote, mi piace dormire e perdermi nei boschi e ogni tanto trovo pure il tempo per studiare.

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