Recensione – Pirati dei Carabi n° 5. Con sorpresa.

Pur non essendo un film spiritoso, anche se ci prova, istiga immediatamente a fare dello spirito. Questo, dettagli a parte, è il motivo principale per cui Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar è un film mediocre, patinato, quasi banale. Volendo infierire, un’accozzaglia di eventi. Ma, stranamente – e il sottoscritto è il primo a sentirsi turbato – non procede per situazioni stagne, creando un filo narrativo corale e organizzato.

Tanto per cambiare Jack Sparrow è in difficoltà. E, anche se non si sa bene come, si risveglia dentro una cassaforte iper-blindata che sta per essere svaligiata. Un po’ brillo, e briccone, la sua avventura deve ancora intavolarsi. E ha inizio quando Il figlio di Will Turner, Henry, si mette sulle sue tracce sia per scopi familiari (farsi aiutare a svincolare il padre dall’Olandese) che di messaggero: Salazar vuole vendetta. Chi egli sia, e perché, sono domande di cui ci importa relativamente ma che troveranno una risposta (incredibilmente soddisfacente) in seguito.

La compagnia di ricerca presenta la seguente formazione: l’ormai avvizzito Jack, l’aitante e credulone (con ragione) Henry, l’astronoma bersaglio di misoginia stregonesca Carina. Cui poi si uniscono, a distanza, la Marina Britannica e la sua smania globalizzante ante litteram e, con un tuffo al cuore perchè ogni scena potrebbe condannarlo a un infarto, Capitan Hector Barbossa. La peculiarità dell’intreccio, che è anche la sua condanna arzigogolata, consiste nella diversità degli obiettivi. Tutti condividono un’alterazione degli equilibri iniziale– la liberazione di Salazar & ciurma di non morti qualsiasi annessa – e un medesimo obiettivo da conseguire – il mitico Tridente di Poseidone – ma ciascuno agisce su pulsioni individuali.

Questo tentativo di sceneggiatura, a opera di Jeff Nathanson, consacrato da Spielberg (per lui The Terminal e Prova a prendermi), fluttua in un limbo tra disapprovazione e plauso. Come accennato, la stessa complessità, benché organizzata, conduce a un ginepraio di trame, orditi e filamenti che rischiano di perdersi. Il dedalo è scampato solo grazie al ferreo percorso che sovrappone i punti nodali dei vari gruppi di personaggi. In tutto ciò un elemento spicca: Jack Sparrow è in minoranza.

Minoranza, beninteso, non di importanza, piuttosto di risalto nei circuiti emotivi e narrativi. Senza Jack, o comunque senza Johhny Depp, la saga non esisterebbe. Non è un rimpiazzo facile come Shia LaBeouf in Transformers. In questo quinto episodio, però, la sua crucialità comincia a incrinarsi. È quasi strumentalizzato, e il suo spessore è garantito soltanto dal trovarsi all’incrocio tra la vendetta e il suddetto ausilio. Uno spessore, dunque, conseguito con una sommatoria di trame. Ma è evidente anche nei comportamenti generali. Jack è il sé canonico, ormai esoscheletro di gestualità, mimica tipizzata e sporcizia dialogica. Perlomeno il retroscena in flashback è un giusto equilibrio di spettacolo, rivelazione e sospensione. E si esenta dallo spulciare vita, morte e miracoli di Capitan Jack.

Il personaggio di Depp si salva solo per comparazione con Salazar/Javier Bardem. A questo si eccepisce una costruzione un po’ macchiettistica, spagnoleggiante, fuori dalla righe e anche fuori dalla moderazione. Sulla stessa lunghezza di pacchiano, anzi, di più, la sequenza d’apertura (già inglobata, in merito al decentramento di Sparrow, dall’antefatto di Henry). Va bene rubare una cassaforte, ma sarebbe stato, oltre che più credibile, meno banale un aeroplano britannico ’15-‘18. Magari con l’aerografia “God save the Queen” sulla fusoliera.

In generale, complice anche una staticità dello stile nei momenti di fiacca narrativa dedicati a quello spirito impalpabile, La vendetta di Salazar si diverte molto ma fa divertire poco. L’unica eccezione è la sequenza del patibolo, che non fa altro che confermare la reputazione che il franchise ha con questo tipo di situazioni. L’unica cosa che vola, se non l’aereo, è la fantasia nei momenti di distrazione. Nemmeno l’Olandesei tiene fede al suo nome. Figurarsi la saga.

E, per favore, misericordia: d’ora in poi lasciate in pace Geoffery Rush.

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JG

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Forse sono un po’ e un po’: giudico film ma al contempo non faccio niente, studio, sì, ma come universitario è tutto quello che devo fare, e infine– no, direi che sono uomo. Solo uomo. Fino al centesimo percentile. Sicuro, mh-mh. A ogni modo, per la cronaca, il mio nome è Davide Bianchi e sono un meticcio fiorentino-pescarese. Studio appassionatamente al DAMS di Bologna sotto il motto “cinema, sempre cinema, fortissimamente cinema”. Ho ventun anni e mi piacciono i fumetti, i libri, il calcio – nelle giuste dosi – e anche i videogiochi. E la poesia, tanto, e un po’ tutte le arti in generale.

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