Recensione: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali Tim Burton è ormai uno di quei registi con un pubblico talmente tanto affezionato che nelle sale gli spettatori si riversano più per la sua firma che per la trama del film. Lo scorso 15 dicembre è uscito nelle sale il suo nuovo lavoro: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, scritto da Jane Goldman e basato sul romanzo di Ramson Riggs. Il romanzo ha avuto un successo internazionale, ma dal punto di vista cinematografico Burton si sarà mantenuto allo stesso livello?

Il sedicenne Jacob (Asa Butterfield) è cresciuto con le fantastiche storie racontate dal nonno, Abraham (Terence Stamp), sfuggito dalle persecuzioni naziste durante la seconda guerra mondiale in giovane età. L’anziano narratore racconta sempre al bambino di essersi rifugiato in un’isola del Galles in un orfanotrofio diretto da Miss Peregrine (Eva Green), ma non un orfanotrofio qualsiasi, anzi, in quel posto vivevano (e vivono) bambini speciali, con poteri fuori dal comune. A detta del nonno, Miss Peregrine custodisce quel luogo e i bambini, data la sua natura di Ymbryne: può infatti creare anelli temporali, dei loop, che si ripetono e in cui i suoi protetti possono vivere senza interferenze dal mondo umano, a cui possono accedere solo gli Speciali. Il mondo di Jacob viene stravolto quando il nonno muore improvvisamente, ucciso da una creatura mostruosa e il ragazzo decide di andare a cercare il luogo delle fantasie di cui l’amato parente gli ha sempre parlato per avere spiegazioni.

Ancora una volta il regista predilige una sceneggiatura che ha come protagonista il diverso. I bambini di Miss Peregrine sono incompresi nel mondo umano, inaccettati, completamente fuori posto. Grazie ai poteri della Ymbryne, una Speciale capace sia di trasformarsi in uccello che di creare i loop precedentemente detti, i bambini vivono protetti all’interno di anelli temporali quasi fossero in una campana di vetro, in cui l’orologio si è inceppato e torna puntualmente indietro. Un Ymbryne ha infatti il compito di scegliere un giorno perfetto in cui creare il loop, ovvero far ripetere sempre quelle ventiquattro ore ai suoi bambini, in questo caso un giorno preciso nel settembre del 1943. Se si esce dall’anello il tempo è invece andato avanti e scorre naturalmente. I bambini non invecchiano, non sono minacciati, il che richiama un po’ alla mente l’Isola che non c’è di Barrie, in cui i fanciulli si rifugiano per sfuggire dal mondo reale e dal tempo.

Stavolta però il regista ha scelto una storia in cui anche l’azione, l’angoscia e la paura avessero il proprio posto in primo piano. In primis l’azione, che raramente si trova nelle opere del regista, ha avuto un ruolo a dir poco preponderante stavolta, stravolgendo completamente lo stile a cui tutti eravamo abituati e mettendo da parte per una buona ora la narrazione o l’approfondimento dei personaggi. Si parte con un inizio molto lento, con una sceneggiatura che ha molti spazi di silenzio, per poi arrivare a circa metà film o poco più a inseguimenti e cacce all’uomo/mostro. Per quanto riguarda l’angoscia e la paura, lasciano davvero spiazzati. Se ci facciamo caso, nonostante le ambientazioni gotiche, Tim Burton non fa mai paura, anzi, ispira dolcezza e compassione, forse un po’ d’angoscia c’è (vedi Edward mani di forbice), ma sempre nei limiti della comprensione del diverso e dell’emarginato. Questa volta no, questa volta Burton si è rinnovato lasciando spazio agli incubi e all’inquietudine, al macabro e al malvagio, utilizzando sottili riadattamenti di paure che spesso colpiscono l’infanzia, che ci portiamo celate e inconsce anche nella vita adulta. Un esempio? Gli occhi. Vi dico solo questo: gli antagonisti del film per riacquistare la loro forma umana devono mangiare gli occhi dei bambini speciali. Gli occhi sono parti anatomiche che Burton più spesso tira i ballo, in primis con Big Eyes, e poi possiamo usare come secondo esempio l’occhio di vetro della strega di Big Fisha cui quest’ultimo film si rifà parecchio, pensando solamente al nonno racconta storie che viene creduto matto dagli altri adulti.

Questi cambiamenti, questa evoluzione può piacere o meno. Personalmente preferisco il Burton di Big Fish o de La Sposa Cadavere, in cui è la storia, una storia fantastica, fuori dal comune e coinvolgente a catturarti portandoti in mondi insoliti, con personaggi strani, incompresi, al di fuori della massa e della logica. C’è chi ha detto che gli effetti speciali e la CGI hanno influenzato negativamente l’opera facendola cadere nel commerciale. Io non penso che il problema siano quesi ultimi due aspetti, penso, come detto prima, che il regista abbia sperimentato nuovi generi, nuovi temi, nuovi approcci e che il risultato sia stato un po’ deludente, facendo venire fuori un buon film di fantasia ma non un’opera firmata Burton, mancando quel non-so-che caratteristico. Ricordiamo che senza effetti speciali e CGI del capolavoro La fabbrica di cioccolato (2005) forse rimaneva solo il cappello del Nonno Joe.

I punti di forza sono stati sicuramente la storia, molto interessante anche se di alcune incongruenze temporali ne possiamo parlare, la recitazione di Eva Green, favolosa, e poi l’accuratezza tecnica degli effetti speciali e delle scenografie. Non ho apprezzato la fotografia e la sceneggiatura, la prima troppo spenta e la seconda troppo lenta, retta solo dall’incredibile presenza scenica della Green. Tirando le somme resta un buon film di fantasia e d’azione, ma manca della scintilla Burton. Poi magari qualcuno avrà impressioni diverse, ovviamente. Ad ogni modo, per chi non l’avesse ancora visto, buona visione!

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Immagine di copertina realizzata da OrYart, Ylenia Romoli illustration.

 

Juliet

Salve a tutti. Sono Annalisa Ballerini, una cinefila entusiasta di condividere con un pubblico la propria passione per la settima arte!

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