Recensione – Florence, ritratto di un’artista magnanima

A un primo acchito, a un sussulto di trailer e sinossi, Florence pareva un’aggressiva pellicola canora. Una vicenda mantecata nell’arroganza abbiente degli Anni Quaranta americani, sulla sponda opposta rispetto a un tradizionale film in musica. La signora Jenkins sbaragliava le critiche con carisma cetuale, mentre platee di adulatori applaudivano il suo diaframma gracchiante. Ma forse, a conti fatti, la ricca ereditiera col pallino del canto non era (né è rappresentata in tali vesti) una megera accanita. Stephen Frears (Philomena), di nuovo, ritaglia l’essenza della malinconia tiepida i desideri menomati e sgualciti che anelano a vette irraggiungibili.

A proposito di sinossi. Florence Foster Jenkins, appetibile pulzella classe 1868, non si cinge di vanagloria al vetriolo. Il suo mondo è la musica. E i titoli di testa già immettono nel clima patinato e frivolo – ma non per questo culturalmente scadente – di una New York ricreativa e abbagliante. Qui la soprano senza talento (Meryl Streep, ancora una volta sulla breccia) intrattiene e accalora la scena lirica metropolitana. Mecenate, presidente di circoli e club, moglie di un uomo che, anche se un po’ adultero, l’ama (Hugh Grant). Amore mai consumato a causa di una sifilide di prime nozze. Mezzo secolo di “infezione di Damocle”, però, non ha scoraggiato le pretese vocali della devota appassionata.

Il parco attori si chiude, per calibro, ai due interpreti sopracitati, pur riservando la sorpresa del trasognato Simon Helberg (il Wolowitz di The Big Bang Theory, per capirci). A lui l’ingrato onere di musicare le esibizioni di Florence, compito che porta avanti un po’ per fiuto venale e un po’ per sincero affetto nei confronti della soprano. Dalle atmosfere di Florence, a ogni modo, filtra l’onesta dedizione, per quanto avvolta da teneri infingimenti, di uno spiraglio passionale nella mediocre scena newyorkese.

Tutto il film è attraversato da un solco che scinde ciò che è aulico e ciò che non lo è. Ne sgorga un’opposizione tra classico e moderno, auratico e massivo. Un’opposizione che si configura nella suddivisione insanabile tra la lirica e il Jazz, sfere incontaminate che orbitano parallele e aliene. Nella prima, infatti, risiede Florence con lo stuolo di amici, seguaci, maestri e spettacoli. Nella seconda, al contrario, prolifera la volgarità borghese sfrenata (e sboccata) che assiste col naso arricciato alle performance più pretenziose. I due mondi si respingono vicendevolmente, e lo hanno fatto per tutti gli anni pregressi all’inizio delle vicende narrate.

Il punto di contatto, all’insaputa della diretta interessata, è Bayfield/Grant. Lui fa da spola tra l’oligarchia musicale e i grammofoni d’appartamento, oscillando tra il platonismo eroico e il subdolo tradimento per un po’ di orgasmi. E sempre lui, a questo punto, è il vessillo a brandelli di un Sogno Americano sbiadito. Se quello economico, difatti, è realizzato dal patrimonio della moglie, quello personale, di soddisfazione intima, si infrange sull’impossibilità della doppia relazione. Anzi, è il tradimento stesso a minare la solidità della vetrina perfetta. Pur essendo incluso negli stereotipi da “famiglia allargata”, il fatto stesso che egli necessiti uno sfogo esterno al matrimonio imbratta la fulgida perfezione e l’equilibrio.

Florence è un film che, rispetto alla silhouette imbellettata di cipria e vanagloria, cela una virginale trasparenza. C’è sottesa una delicatezza frastagliata, che vira dall’eccentrico sul bislacco mitigato, fino al definitivo ritratto di un personaggio sfaccettato. Miss Jenkins, senza alcuna boria di celebrità, incarna una visione lucida sguarnita dalla spocchia lasciva e carrierista che definisce il periodo. Non ci sono chiazze di esagitazione o languore; soltanto una vibrante attrazione per un sistema in declino. Che occulta pulsioni e libidine proibite, sì, ma anche permette a un’anima fanciulla di sublimarsi prima della tragedia.

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