Recensione: CHIAMAMI COL TUO NOME – un desiderio delicato

Chiamami col tuo nome è un film del 2017 diretto da Luca Guadagnino. Dagli inizi di giugno potete godervelo anche in DVD, distribuito dalla Universal Pictures Home Entertainment.
Il film, che si è portato a casa l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, è tratto dal libro omonimo di André Aciman, che pare aver molto apprezzato questo adattamento della sua opera.

Chiamami col tuo nome è stato presentato per la prima volta al Sundance Film Festival del 2017 e si inserisce perfettamente in quel filone di pellicole che parlano di storie quotidiane, di famiglie e di crescita.
È il 1983 e il diciassettenne Elio (Timothée Chalamet) sta passando l’estate nella campagna cremasca insieme alla famiglia. Il padre, eminente archeologo, come tutti gli anni invita uno studente straniero a soggiornare presso la sua casa per completare il dottorato. Così arriva Oliver (Armie Hammer), aitante ventiquattrenne americano, spigliato ed espansivo, che con il suo comportamento mette a disagio l’introspettivo Elio.
Nonostante le differenze però, i due cominciano a passare sempre più tempo insieme, e in un gioco di attrazione e allontanamento sviluppano un sentimento tanto intenso da cambiare per sempre le loro vite.

Chiamami col tuo nome è l’ideale chiusura della Trilogia del Desiderio: con questo film Guadagnino tenta di allontanarsi dalle sue precedenti pellicole, realizzando una storia semplice e meno aggressiva. Tutto ruota attorno all’alchimia dei due protagonisti e il film, in un susseguirsi di scene che somigliano a brevi sogni, mira ad indagarne i sentimenti. Il cambiamento di Elio, il distacco di Oliver, la silenziosa complicità dei genitori: ogni emozione è leggibile sul volto di questi straordinari attori, che hanno accettato di calarsi in parti intense e complesse.
L’alchimia tra i due personaggi è resa possibile dal loro essere speculari. Oliver appare sicuro di sé, ma in realtà ha timore ad impegnarsi e a vivere fino in fondo questa relazione sconvolgente; Elio, al contrario, sembra tranquillo e riflessivo, ma è il primo a muoversi in direzione dell’altro, irruento e quasi disperato. Il titolo del film mira proprio a spiegare questa situazione: per relazionarsi con qualcuno, dobbiamo essere disposti ad accettarne la personalità, a fare nostre le sue diversità, di cui il nome è simbolo.

Queste e molte altre riflessioni del regista e degli attori si trovano nei contenuti speciali, in cui possiamo trovare un’intervista con Guadagnino e i due protagonisti oltre che alcune interessanti note tecniche sulla realizzazione del film.
Sempre qui troviamo inoltre il video di Mistery of Love di Sufjan Stevens, tema portante della colonna sonora. Proprio a questa vorrei dedicare un ultimo appunto: la musica non è mai intrusiva, ma completa con delicatezza le scene. Ancora più sorprendenti sono i rumori, particolarmente nitidi, che permettono di dimenticare la presenza della macchina da presa per immergersi completamente nella storia: noi spettatori siamo lì in giardino a sentire il sole sulla pelle e il frinire dei grilli, siamo nella camera di Elio con il letto che scricchiola, siamo davanti al fuoco che scoppietta. E se potete, guardatelo in lingua originale per godere al meglio dell’alternanza di inglese, francese e italiano: una nota davvero particolare che ricorda The Dreamers di Bernardo Bertolucci, uno dei maestri di Guadagnino a cui è anche dedicato il film.

Consigliato, quindi?
Sì, senz’ombra di dubbio. Siamo davanti ad una storia delicata, sognante, da godere insieme alla famiglia in attesa del sequel già annunciato.

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“Non tutti gli erranti son perduti” diceva uno famoso, e anch’io ogni tanto mi trovo a peregrinare tra una storia e l’altra: film, libri, fumetti e giochi di ruolo scandiscono le mie giornate. Colleziono dadi e bottiglie vuote, mi piace dormire e perdermi nei boschi e ogni tanto trovo pure il tempo per studiare.