RECENSIONE- Baywatch, tra esuberanza e ironia

In Baywatch scorre una linfa tamarra e autoironica. Sotto certi aspetti anche indecifrabile, sottesa alla patina bisunta di pettorali, sogni amorosi e Zac Efron belloccio dannato. Cavalca la quarta parete senza capire se è conscio di essere una costola dell’adorata serie TV o soltanto troppo introiettato alla ricerca di un senso oltre una trama pretestuosa e una villain detestabile. Il che avviene per i motivi sbagliati, e dunque anche l’antagonista perde di calibro (o si omologa coerentemente a criteri di serie B).

Ovviamente Florida. Ovviamente Dwayne Johnson. Sicruamente, seni e chiappe. Ma non fino alla seconda sequenza, e questo incorona il film di castità imprevedibile. Certo, dove mancano insidie erotiche si palesa The Rock. In un pugno di secondi scorge il pericolo, si getta all’inseguimento e salva una vita. Sorvolando sullo sperpero di inquadrature che costruiscono la scena, qui si comincia – e il titolo, “BAYWATCH”, emerge dalle acque assieme a Mitch Buchannon come una civiltà perduta. In cinque minuti si condensa l’anima un po’ ebete e muscolosa di tutto il film. Il resto sono, nell’ordine: celebrazione di Mitch, selezioni per accedere alla guardia costiera Baywatch (nemmeno fossimo in Full Metal Jacket), sottotrama romantico-sessuale da spring break, narcotraffico e riscatto dell’eroe caduto.

Non basta The Rock a contrabbandare un’aureola da semidio (Oceania, batti un colpo) o spacconaggine virile dalla saga Fast & Furious. Baywatch va sopra le righe in ogni occasione, prendendosi gioco dello spettatore, di se stesso e della verosimiglianza in un sol boccone. E, non contento, chiama a sé i divi della serie del piccolo schermo Hasselhoff e Pamela Anderson. Questi arricchiscono di mitologia pop un film già strabuzzante cliché stilistici, emozionali e narrativi; e proprio su quest’ultimi si incaglia.

Qui, anche se in totale ironia, alcune scene non sono che blocchi impastati e cialtroni per inserire situazioni in teoria esilaranti tanto quanto grondano volgarità superficiale. Manca di brillantezza, di genuinità, rintracciata unicamente nei volti nuovi apposti su un tessuto sgualcito. Di fatto non ci si poteva aspettare nulla che scardinasse tale impostazione. Tutto ritorna a un déjà-vu configurato secondo un clima rimodernato, farcito di musica d’oggi (e forse già di domani) e che scrittura volti adulati per creare un fenomeno, più che di immedesimazione, di delirante sostegno.

Seth Gordon, regista di questa impresa sgangherata ma tirata a lucido, pasticcia un po’. Da Pixels (che chi scrive ha apprezzato allo spasmo come commedia) è sceso una tacca troppo in basso. Sia chiaro, non in senso dispregiativo: non è la stroncatura lo scopo di questa recensione. Tuttavia, vuoi per una discrepanza di sceneggiatura o di argomento (arcade games ’80 vs TV cult ’90), Gordon realizza un film sottotono. A cui “simpatico”, però, calza stretto. Epico, ingombrante e tozzo, Baywatch va giù tutto d’un fiato. Soprattutto perde pochi colpi, con un’apoteosi finale degna di un semidio ubriaco.

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