Recensione – Arrival e la fantascienza umanistica

Ci eravamo un po’ addormentati sugli allori. Soltanto navi da combattimento vicino a Orione e filosofie esistenziali degenerate in cent’anni di solitudine. Sì, Passengers mi ha deluso, in parte, per la deriva grossolana (più ottimismo lo trovate qui). Per trovare un bell’esemplare sano di fantascienza devo ibernarmi fino a Interstellar. Fantascienza intesa nel senso più classico del genere, uomo vs alieni – o, in alternativa, uomo vs ignoto. Ecco, qui si annoda Arrival. Che non è di stampo classico e tanto meno è classicamente alternativo. È alieno al panorama, figlio disconosciuto di un filone che da troppo si affida alla semplificazione del progresso.

È la nostra Terra, consumata dall’avidità dei magnati e pattumiera di coscienza. Quella del presente, su cui approdano dodici navi extraterrestri. Dodici versioni ipertrofiche del monolite kubrickiano che non lasciano spazio a insabbiamenti e teorie del complotto, commentate in mondovisione. Una volta tanto, però, non sono ostili. Fluttuano e tacciono, forse attendono. E le superpotenze dell’uomo, una volta tanto, trattengono il grilletto, delegando l’imperium al dialogo e alla linguista Louise (Amy Adams). La quale, insieme al fisico Ian (Jeremy Renner), deve porre agli immigrati extrasolari una sola domanda: che cosa ci fanno qui?

È vano sentenziare sulla qualità del film. Un giudizio è restrittivo per il diametro tematico ed emozionale che questa insurrezione di genere disegna. Il confronto con il diverso, la xenofobia – inevitabile quanto integralista –, la salvezza della civiltà, i dissapori internazionali… Tutto decade e resta in sospeso, in attesa di una comprensione imprevedibile. È facile – e altamente pirotecnico – sventolare bandiera bianca e vedersi folgorati da cannoni neutronici. Come proprio della tradizione, da La guerra dei mondi a Independence Day (tanto il primo quanto, avventato, il secondo): c’è un disco volante, allora è guerra.

Arrival esercita invece una funzione dissimile, quasi speculare. Verosimile da parte della Terra, eventuale – dacché i protocolli di primo contatto ancora giacciono polverosi – dagli alieni. La prepotenza bellica che innaffia rubiconda la storia dell’uomo vacilla di fronte al pacifismo desunto degli enormi gusci bigi. Si tenta la collaborazione e non lo scontro, la condivisione e non i segreti. E la chiave di volta, il detonatore silente, è Louise, la traduttrice, che esautora il collega scienziato e agisce pedagogicamente. Il nocciolo spaurito dello stallo non sono i termini di una resa, una dichiarazione di guerra o un trattato di pace. Il punto cruciale è il linguaggio, lo sviluppo di una forma esasperata di esterofilia il cui idioma riesce a suturare le diatribe e spegnere le testate.

Sono lontani i tempi in cui la fantascienza professava la standardizzazione del linguaggio galattico. I traduttori universali – o il poliglottismo provvidenziale dei personaggi – sono ormai desueti, cianfrusaglie sbrigative per sceneggiatori. Il che non vuole essere dogmatico nei confronti di nuovi modi per fare fantascienza. Arrival un caso pressoché singolare e umanistico, è un film umanistico, nonostante l’impronta futuristica. I suoi vettori sono lingua e traduzione, quasi un’antropologia creata su due piedi – e non il raggiungimento di un grado tecnologico superiore per la generosità di qualche specie evoluta.

Regista di questa atipica invasione dallo spazio profondo è Denis Villenueve, già alla ribalta per Prisoners e il turbolento Sicario. Arrival, con lungimiranza a corto raggio, è attrezzato come banco di prova per la ventura fantascienza del già eclettico sparviero del grande schermo. A mesi, infatti, si prevede Blade Runner 2049, erede post Ridley Scott del caposaldo autoriale di genere. Chi scrive è, non senza una punta di qualunquismo, un fervente obiettore di sequel e rifacimenti. Superflui a priori, a mio avviso. Ma è bello ricredersi, anche a priori. Bello quanto assistere a una personalizzazione così recondita di un banale problema di comprensione.

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