“A proposito di Davis”: quando un giro di accordi batte una vita intera

“C’era una volta, su di un palco, uno strano uomo. Viveva di musica, di note folk che abbracciavano storie accorate, condite da luce fumè…” Questo, o poco più, è il soggetto del film dei fratelli Cohen. Una favola (Nella sua accezione più moderna e politicamente scorretta che possiate immaginare), dove a contare non è l’arrivo ma il divagare stesso di un viaggio. Immersi nei panni del protagonista Davis, seguiamo il percorso di un musicante di Brema, convinto di essere rimasto il solo nel professare, ostinatamente, una dichiarazione d’amore al suo mestiere che si dimostri soddisfacente quanto autentica. Difficoltosa poichè diretta nell’ordine: se stesso, i produttori ed infine il pubblico. Impresa riuscita se non altro alla pellicola, vincitrice nel 2013 del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes.

La faticosa rivincita!

Segnato dal lutto (il suo ex partner canoro), snobbato nelle sue esibizioni, privo di qualsivoglia bene che vada dallo stipendio ad una fissa dimora, acutizza una sensibilità artistica senza pari che finisce però col calamitare (nel bene e nel male) i più variegati compagni di avventura. Ecco profilarsi quindi gatti arancioni che condividono uno sguardo limpido su paesaggi e persone ( in una sequenza quasi comica, l’animale assume persino la sua stessa espressione scettica), colleghi schiavi del consenso commerciale aspiranti alla condizione borghese, una donna degna incarnazione dell’ “Odi et amo”, un pruriginoso compagno autostoppista nelle vesti di grillo parlante, un professore “voyeur” dal capriccio facile, una nevrotica sorella intrappolata dalla concreta routine ed infine un padre-ombra, vittima della malattia perciò rifugiatosi nei meandri lontani dei ricordi. Una serie di figure, contingenti forse allo stereotipo, ma che rievocano tutt’altro che la banalità, nel mondo dall’incantevole gioco di costruzione d’atmosfera dosato dai registi.

Ditemi voi se non dicevo il vero…

Difatti l’ambiente è catturato in una impressionante successione di piani medi, di colori opacizzati calamitanti l’attenzione sul contrasto chiaro-scuro, di sguardi immobili verso la vita che scorre (attraverso disparati elementi “specchio” del tipo vetrate casalinghe, finestrini e parabrezza d’auto, bacheche, pozzanghere, piccole superfici riflettenti di bar,treni, autobus, bagni, ospedali; scegliete voi quando fermarmi ve ne prego…). Sono sintomo d’introspezione continua, cui si riallacciano in minor numero ma funzionalmente, quei piani di profondità, quei corridoi che si riveleranno passerelle di un palco sott’inteso, su cui l’uomo, si trova ininterrottamente chiamato a recitare il prossimo atto. Uno scenario minuzioso che non trascura neanche gli interni: quadri, pile di libri, fotografie, bizzarre maschere, sculture, file di giocattoli vintage ai davanzali. Siamo in pieno fermento anni 60, lungi dal confonderci.

Oggettini simili in casa non starebbero male, eh?

Ma la metafora per eccellenza, pilastro del film, continua ad essere la musica. Corposa, dolce, si insinua sotto pelle camuffandosi da tregua alla “serie di sfortunati eventi”, racchiudendone in realtà l’essenza. Non stupisce allora la scena dell’audizione presso il proprietario di un noto locale (interpretato da un glaciale F. Murray Abraham ), netto nel suo rifiuto e cinico nell’augurio di ricostruire un duo, né la presentazione ad effetto dell’ultima esibizione della pellicola: “Se non è mai stata nuova e non invecchia mai è una canzone folk”. Ricetta alla sospensione del tempo, chiude il cerchio cullandoci con l’impressione di aver afferrato tutto e niente. Tipica visione da affrontare se si siamo nel giusto mood, convincente grazie ad un cast di debuttanti (in primis Oscar Isaac nei panni del nostro eroe) e grandi partecipazioni (Jhohn Goodman conferma ogni briciola d’humor di cui è dotato). Adattissima per i neofiti alla scoperta di tal genere musicale (rimedierete come me al danno nel giro di pochi giorni, tranquilli!), rassicurante per gli esperti, indicibilmente umana e verosimile per chiunque, copre un gradino verso la crudele meccanica dal cuore nero dello spettacolo.

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