Planetarium, il cinema sul cinema – recensione

Quando un film che parla di cinema incontra un film che parla d’altro, il film che parla d’altro è un film sconfitto. Certo, se a guardarli fosse Truffaut direbbe che sono ambedue incompleti – ogni film deve dire qualcosa sulla vita e sul cinema. Ma nel caso di Planetarium non c’è vita, e parla un po’ di cinema e un po’ di morte, accartocciandosi su una trama esile e voluttà di maniera.

Laura e Kate Barlow (Natalie Portman e Lily-Rose Depp) hanno una vita itinerante, tra città e universi, vita e morte. Kate è una sensitiva innocente, Laura una donna spigliata e affarista. Fenomeni da baraccone, con la deflazione delle sedute spiritiche, trovano un salvatore in André Korben. Non basterà un tetto lussuoso, però, a tenere coese le due donne, né a dirimere i segreti dell’aldilà. Che, poi, sono speculari a quelli acerbi e prorompenti del cinematografo.

Mi ripeto, a rischio di suonare noioso: quando un film parla di cinema c’è sempre una scintilla segreta che può attizzare la polveriera. Invisibile prima, e in un batter di ciglia lo schermo arde di “meta”. Metacinema, sì, ma criptico e nascosto tra le pieghe di un’opera indigesta, ciottolosa e levigata. E al contempo affiancato da una sorta di “metavita”, che abbandona l’ancestrale Chi siamo? e Dove andiamo? per sposare l’indagine oscura dello spiritismo terreno.

La simmetria conduce le due sorelle, Laura e Kate, su due sentieri che si incrociano solo  a livello emotivo. Eppure si scrutano. La prima neo-diva del firmamento francese, idealmente accanto a Gabin, la seconda cavia dell’occulto. A unificare le due correnti di vita l’apparecchio vessillo di modernità, emblema di una verità mistificata e di menzogne illusorie. Ovviamente, sua maestà del popolo il Cinema. La duplicità del rapporto tra sorelle, in realtà, è un triangolo appiattito in cui irrompe Korben. Il quale si pone in diretta antitesi, pur complementare, rispetto a Laura. E fulcro mobile su cui danzano è sempre lo stesso, quello del cinema.

Le inquadrature scelte dalla Zlotowski non mancano di sottolineare il carattere oculare del medium cinematografico, quasi autonomo nel guardare, un cannocchiale prostetico che si innesta direttamente nella pupilla dello spettatore. Di qui i mascherini, gli iris demodé; ma anche le parentesi oniriche che confondono il reale con il girato, il set con la vita vera. Laddove la differenza tra concreto e immaginario si assottiglia (Avatar docet) ed emerge la natura di quell’obiettivo insensibile e vitreo: catturare e mostrare. E, soprattutto, realizzare.

Realizzare nell’accezione di rendere qualcosa reale anche quando non lo è, un’ipnosi grezza – credere vero qualcosa che sappiamo essere fasullo. Così Korben dilapida una fortuna in esperimenti per catturare lo spirito su pellicola , ugualmente (su un piano concettuale) Laura si concede alla macchina da presa per catturare un emozione che non esiste. Il cinema, in ultima analisi, si pone come mito della veridicità: non importa se qualcosa è vero, importa quanto il cinema persuade a crederlo.

Ci troviamo all’interno di coordinate baziniane, di arte realista e cinema in quanto sinonimo di artificio, di credere solo al significato che noi attribuiamo. Planetarium, forse un po’ pretenzioso ma più affabile del connazionale Personal shopper, è un film sul medium, di pellicola o di vibrazioni ectoplasmatiche, sulla messa in comunicazione con un universo virtuale la cui fruizione è preclusa a chi non abbia i mezzi giusti da esploratore. Il cinema esplora la finzione fino a convincersi che sia la verità (e forse lo è, se Avatar docet), Kate sonda una dimensione extrasensoriale, anch’essa invisibile se priva di testimonianza. E chissà cosa vede, Korben, in quell’alone inconsulto sul fotogramma, chissà cos’era; nessuno ha deciso di guardare, e il mistero, come misterioso è il cinema, permane insoluto.

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