Piuma, galleggiare (un po’ troppo) nel futuro

Piuma

Viviamo in una società, la stessa di Piuma, traslata dalla vecchiaia. Una società moderna sotto l’egida del terzo millennio in cui la primogenitura è abolita, le ragazze madri sono più un grattacapo che una speranza primae noctis e il rimpianto dell’Articolo 18 supplisce alla gogna feudale. Insomma, un bambino a vent’anni, secoli fa, era una benedizione tardiva; oggi è spesso un imprevisto che non si può ignorare.

È questo il clima che permea la casa di Ferro, maturando scapestrato col vizio della pusillanimità ma innamorato di Cate (si pronuncia all’italiana), dolce ragazza indulgente, diligente e, nocciolo del pandemonio, incinta. La serenità, se mai ha vissuto in quell’appartamento, trasloca irreperibile. Perché se i futuri genitori vogliono crescere il pargolo non sono dello stesso avviso i familiari, obiettori inamovibili o menefreghisti con le mani legate da una potestà ininfluente.

C’è chi a una notizia del genere inveirebbe “Gioventù bruciata!”. Come in un programma da Tv spazzatura, “liceale e incinta”, reprobi della comunità e delle gozzoviglie. Roan Johnson, al suo quarto film dopo tre tentativi più sorvolati che stroncati, dimostra invece, con licenze barocche fino allo stucchevole, quanto una gravidanza possa concretizzare un legame invece che dissiparlo. Galleggiare in un abisso di paure e opportunità ritratte, tentazioni, pericoli e ozio, con l’imprecisione giovanile di chi accetta la gravità con sbalorditiva leggerezza e ordinarietà.

Piuma abborraccia nella cornice prosaica del film il fardello della responsabilità accidentale e precoce. L’amore kitsch e dignitoso dei due protagonisti resiste disorientato dall’impasse della gestazione materiale – e psicologica, della rinuncia in nome di una vita, materna e paterna. Il quadro sociale opprime i giovani oberati da nomi di piombo, contrappunto della terza età che si libra nell’esperienza; nel mezzo i quaranta-cinquantenni, sballottati nelle beghe di ambedue le generazioni e sottoposti a inconcludenti rovesciamenti decisionali.

L’argomento si addensa attorno a un’impalcatura comica che ricaccia qualche sbadiglio e trova nel padre di Ferro, nativo toscano, una macchietta e un novello Pantalone. L’abuso del dialetto avvalora il frastuono volgare di un film che glissa sulla spensieratezza e dirotta le risate verso la riflessione pedagogica, non tanto sull’importanza di procreare – con dispiacere del vituperato Fertility Day – bensì sulla risolutezza e la lungimiranza di una gioventù crudamente scaraventata nell’età adulta, con tutte le responsabilità del caso. Gioventù, di cui Cate e Ferro sono metonimia, che impiega tutto il film a scegliere, narrativamente in bilico sul rasoio dell’indecisione.

Per una volta possiamo contraddire i numi latini. E asserire che nomen omen è un motto che non condanna ma assolve. Perché dalla pesantezza nefasta nasce anche la leggerezza (non più appannaggio della vecchiaia), quella di Piuma, nascitura col nome speciale per scacciare i pericoli che gravano sopra un mondo inappellabile. In cui, ancora – e tuttavia –, le scelte spettano a chi le deve compiere.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, e se sì, perché non condividerlo? In entrambi i casi ti invito calorosamente a seguire Very Nerd People su Facebook. Se questo scritto ti ha incuriosito, non temere: ce ne saranno altri. Solo il sabato, solo su Very Nerd People, solo sul viale d’ingresso.

Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

Condividi su