Il pianto attillato della travolgente Estate Addosso

L'estate addosso

Ci sono estati che non ti levi di dosso. Piombano sulle spalle come un cappotto a luglio. Ti scrolli, beccheggi come un aeroplano stizzito, ma loro non si divincolano. Anzi, lei. Perché di estati così ce n’è una sola in tutta la vita. Tutte le altre non sono che fotocopie sbiadite. Altrettanto belle, magari, ma in modi diversi, irripetibili – come Freccia raccontava alla notte nel film di Ligabue, parlando dell’Inter di Corso-Mazzola-Suarez. E quell’estate, L’estate addosso, non lascia cicatrici. Ustiona. Deturpa. Ma come un paravento dissimula, mentre dietro lo strazio è agonizzante. Una maschera di cera che soffoca e leviga.

Perché il film di Muccino, dopo la ripresa di Padri e figlie e l’indolente Quello che so sull’amore, sembra esser stato girato nei ritagli di un’estate. Come un ragazzo, che se ne infischia se ha poco tempo. Rattoppato, magari, perché qualcosa non gli piaceva. E cristallizza un esploso disorientante e frastornato della gioventù, quando la vita e l’immortalità si toccano. Si sfiorano come ali di farfalla. Ma sono così fragili, nel loro legame, che basta un rumore troppo forte per sbriciolarne la certezza. Basta un sospiro di troppo, uno sguardo negli occhi che non ci appartengono. Una fitta involontaria e ogni cosa rimpicciolisce, e corrode la quiete.

Il livello stilistico non replica gli apici dei suoi primi film americani, e forse l’opera risente anche della mancanza di una figura attoriale forte. Ma questo, a conti fatti, disgrega il monopolio di un divo e lo ridistribuisce equamente in più personaggi altrettanto raffinati. La costruzione narrativa e, soprattutto, emozionale – scaturendo la seconda dalla prima –, al contrario sprizza rigoglio da ogni inquadratura, da ogni evento anche se sminuito. Lenti movimenti di macchina abbracciano la scena, e ne scostano le quinte, le luci soffondono un tepore cagionevole che si ammala di infatuazione.

Nel viaggio degli appena maturati Marco e Maria, ospiti di un’esuberante coppia californiana, si srotolano l’incertezza e la paura dell’affrontare la vita. Roma appare così vuota, all’udito, ammutolita dall’ordinarietà, mentre San Francisco esplode in musiche toccanti che compongono una colonna sonora meravigliosa. La mutevolezza tematica è iperattiva. Dall’omofobia al rispetto, sfociando nell’innamoramento e in alcune sequenze montate alla chetichella con strepitosa delicatezza. Tra cui, su tutte, quella in veranda, di sera, che accomuna i personaggi dopo averli in precedenza contrapposti.

Talvolta pare esondare e rendersi quasi troppo kitsch, esibendo del sesso onirico che strappa un sorriso involontario e una sessione di autoerotismo un po’ forzata ma essenziale – del resto anche Fellini non esulava dall’onanismo, e così Tornatore. Proprio la componente più lussuriosa comporta un cambio di passo del film, che slitta silenziosamente dall’intolleranza a sentimenti più cordiali e lascivi. E qualche spina preme sui polmoni, una gelosia che toglie il respiro, mozza le arterie e dissangua anche i più irriducibili miraggi s’amore.

Me ne avvedo, sembrano le parole dette da un ciarlatano per combattere la disillusione. Quella di fine agosto, quando le spiagge spariscono e la nostalgia sferra la carica. Ma che avete voi contro la nostalgia?, come inveirebbe il Verdone de La grande bellezza. Agosto sta finendo, è già finito, e a qualcuno quest’estate è rimasta addosso. Se l’hai vissuta, un’estate così, ne percepisci il ribollire lancinante dell e dell’irreparabilità.

E al di là della filologia che mi impone di dire che il numero perfetto non è tre né quattro, ma sei (Il buono, il brutto, il cattivo), il film di Muccino rimane addosso. Non è effimero come quegli amori da battigia che assiderano al primo rossore d’autunno. Si incastra nel petto e restituisce per novanta minuti una sensazione di possibilità, un magone nostalgico che non vuole saperne di essere sfrattato.

Ha confezionato in una clessidra agli sgoccioli quel turbinio confuso e incomprensibile del connubio tra estate e amore, che rantola paura e invoca un pianto catartico prima di abbandonare tutto. Chissà. Le estati da vivere, a vent’anni, possono sembrare infinite.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

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