Phantom Thread – recensione e DVD

Se si pone all’attenzione del pubblico un film sulla moda, l’immaginario sterza bruscamente su una diabolica Meryl Streep. O, per i più disneyani, sulla stregonesca Crudelia De Mon. Phantom Thread (Il filo nascosto), al contrario, ammara su un tessuto narrativo più drammatico e meno versato alla commedia, con un crescendo vellutato e grottesco sul finale, drogato di una suspense – volutamente – impalpabile che ne ritocca gli orli. L’ultimo film di Paul Thomas Anderson, accompagnato nel successo visivo da Daniel Day-Lewis, riflette sull’uomo, i cambiamenti, le ossessioni. O, meglio, più che riflettere lascia respiro alle immagini, dipingendo una fiaba che si spiega, meglio che con la narrazione o i dialoghi, con il contenuto meticoloso della fotografia.

Distribuzione DVD: Universal Pictures Home Entertainment (contatto Facebook)

Uscita DVD: 20/06/2018

Il film

Reynolds Woodcock, con le sembianze di Lewis, è un celeberrimo sarto londinese del secondo dopoguerra. I suoi abiti vestono corpi coronati, aristocrazia e l’intera l’élite sociale di quel periodo. Tutto ciò che può rivaleggiare con la bellezza delle vesti è la personalità dello stesso Woodcock. Ossessivo al limite dell’autistico, fascinoso e geniale, scapolo e disamorato. Finché non incontra la musa definitiva, Alma (Vicky Krieps). Dapprima sedotta con galanteria, poi trattata come un agglomerato di numeri sartoriali, infine, forse, amata. Nell’altalena di emozioni, incarichi e tentativi di Alma di comprendere l’uomo imperscrutabile che l’ha accolta si scatena un microcosmo in sordina, dal clangore lieve come quello di un ago tra i denti. Eppure abbastanza violento da scardinare vizi e convinzioni di una dedizione sempiterna.

Il filo nascosto, pur sulla moda, se ne infischia della moda attuale, dei cromatismi, dello stile odierno. Ed è questo che lo rende un film d’autore. Anderson orchestra le luci e la temperatura colore con mano salda, studia i movimenti di macchina e carica ogni cosa citata di valenze. L’atelier di Woodcock è asettico come un ospedale, e così rimane, fino alla fine. Il suo studio è un laboratorio che produce dei Frankenstein su misura. Il calore evanescente e la freddezza costante della luce rimandano a un ambiente emotivo glaciale, stemperato. O, meglio, proprio accalorato dalla presenza sempre più ingerente di Alma, quasi un rediviva figura prometeica. Che, come si intravede dall’inizio (tutto il film è un lungo e celato flashback), scalda una solo luogo: la stanza privata del sarto.

The Women of Woodcock
August Editions
Photographs by Laura Hynd
Credit: Laura Hynd

Il personaggio di Cyril (Leslie Manville), sorella di Woodcock, funge da barometro della tormentata quiete. La sua posizione nell’inquadrtura rivela lo spostamento di flussi emotivi, l’evoluzione dei personaggi. Assume i contorni da un lato di una propaggine di Reynolds, dall’altro di una contromisura, pur benevola, nei confronti di Alma. Se all’inizio è inquadrata assieme al fratello, e ad Alma è riservato un piano separato, sul finale la posizione è invertita, così come scompare la solitudine del sarto. Gode di una meravigliosa interpretazione, tanto placida quanto potente. Tutto il film, in linea di massima, si assesta su questa definizione: pacato e british, come osservare la formazione tumultuosa di una stella all’interno di una limpidissima teca di vetro.

Il filo nascosto è, in conclusione, uno di quei film che non aggrediscono lo spettatore. Tuttavia è uno di quelli che lo portano a interrogarsi e acuire la perspicacia, stratificando la propria composizione mentre la storia prosegue lineare e pulita. L’ortodossia della società londinese, sia questa erotica, sociale o privata viene controbilanciata (laddove non miscelata) con parafilie e lacerazioni del rigido tessuto della peronalità. E, dulcis in fundo, la comunicazione dell’inevitabile cambiamento è lasciata la discorso in immagine. Stilemi, movimenti di macchina e squisiti tecnicismi si prendono il tempo che trovano e ne abusano, con gioia di chi li apprezza, li riconosce e li decodifica.

Phantom Thread in DVD

L’edizione in DVD, ed emerge in un secondo momento, non può eguagliare quella cinematografica. È un discorso un po’ da cinefili, forse addirittura da “filmofili”, ma Phantom Thread è una pellicola in senso letterale, girato in 35 mm anamorfico. Tra le bobine e un dischetto, anche se in modo del tutto soggettivo e ingiustificato, chi scrive si trova ammaliato dal fascino del rullo che scorre.

Al di là di questo capriccio ovviamente fine a se stesso – anzi, a proposito, tra i quattro contenuti extra il più particolare consiste nei provini tecnici di ripresa commentati dall’autore del film, Anderson. Quale pellicola hanno impiegato, con quali obiettivi, preset, ISO e via dicendo. Nozioni che, si riconosce, possono essere accessibili solo a chi possiede conoscenze tecniche (anche minime), ma probabilmente interessano a una cerchia ancora più ristretta di famelici della tecnica cinemtografica.

Più narrativo il restante materiale aggiuntivo: le scene tagliate di cui non si è mai sazi, repertorio abbondante di fotografie di scena e, infine, un commento del comico Adam Buxton sulla sequenza della sfilata, estrapolata dal contesto narrativo e trattata come presentazioni di capi d’alta moda con tanto di descrizioni tecniche.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

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