(Perfetti) Sconosciuti si diventa

Perfetti sconosciuti

Anche l’amicizia, come un sistema missilistico all’avanguardia, è condizionata dai circuiti di un computer. Anzi, ne è succube consenziente, e intrinsecamente più catastrofica. Se appena una decina d’anni fa, infatti, i cellulari rinforzavano legami a rischio usura adesso ne minano la fiducia. Paolo Genovese, eclettico cineasta con grandi successi di pubblico, cavalca l’onda delle telecomunicazioni istantanee per evidenziare l’ odierna opacità dei rapporti. Perfetti sconosciuti ci mette in guardia sulla sincerità, che se prima era un’utopia illusoria adesso sghignazza come una menzogna dichiarata.

Quinto incasso della stagione con 17 milioni d’euro, diretto rivale di Lo chiamavano Jeeg Robot ai David di Donatello, riferisce una realtà comune e attuale in modo meno fantascientifico rispetto al film di Mainetti. In un appartamento alto-borghese tre coppie più un single che-single-non-è stabiliscono le regole della cena: cellulari sul tavolo, e ogni comunicazione si condivide in diretta con gli altri.

Perfetti sconosciuti non gode di nessuna regia raffinata e autoriale, anche se raccoglie sotto la propria egida quasi tutta la crème de la crème della recitazione italiana (Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher). Genovese gestisce la scena con asciuttezza quasi computerizzata, componendo l’immagine soprattutto in base alle relazioni mutevoli dei personaggi. L’intensità emotiva e ansiogena, invece, accalora l’atmosfera instillando nello spettatore quell’imbarazzo genuino che suggella una situazione costruita ad arte.

Lo spazio è quello del “cinema da camera”, un’unità di tempo e luogo dal sentore di trabocchetto stregato. Una profusione di commenti solforici e di freddure taglienti e ambigue saturano il pasto di tensione. Finché gli spazi non si dilatano, come se avessero perduto le proprietà elastiche. Le smagliature, prima giustificate o invisibili, si lacerano con lo sgretolarsi dei rapporti. I commensali vanno alla deriva dal tavolo di pace. Sono ormai ostili, nemici che hanno si sono gettati in una trincea senza leggere il proprio nome sulla lapide soprastante.

Gli armadi che di solito contengono qualche metacarpo e una tibia esondano come ossari. Ogni trillo è una pulce nell’orecchio che agisce come messaggio in codice di un corriere malvivente, sobillatore di dubbio. I telefoni cellulari fanno più danni dei sopracitati missili, nuovi dinamitardi che attentano alla nostra integrità morale.

Ma la sincerità assoluta non è mai stata qualcosa di diverso da un’utopia. Se ai cellulari è consentito imporre un coprifuoco ai nostri bagordi è perché noi diamo loro qualcosa da controllare. Così, con l’ausilio di un’esoterica eclissi lunare, il desinare diviene un serrato sabba mostruoso per cui sono indispensabili gli amuleti elettronici e touch-screen. La maledizione non risparmia nessuno, cannibali mannari che cercano di non annegare.

L’amarezza, quindi, non si esorcizza, anzi, annullerebbe persino il dolce sapore dello zucchero di Mary Poppins. La pillola si incastra e non va più giù, provocando un’asfissia cianotica di fiducia e disprezzo bilaterale. Quelli che prima erano amici di una vita lasciano la casa come perfetti sconosciuti, peraltro biasimati. Il brillante tempismo umoristico distorce la risata, comunque tristemente copiosa, inzuppata nella nostra ineluttabile ipocrisia.

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