Numero Zero – Umberto Eco

NumeroZero_UmbertoEco_1E’ tanto che avrei voluto scrivere una recensione su Numero Zero (Bompiani – 2015), ma talvolta i libri incutono timore.. Ho deciso di non rimandare più, oggi ne parlerò, raccontandovi però anche come sono venuta a contatto con Umberto Eco. Non è una storia speciale, è come tante altre storie, ma proprio per questo fa capire come la sua scomparsa abbia toccato tutti, lasciando una “voragine”, come hanno scritto molti, come ho sentito anche io. Ricordiamo però di non farci ingoiare da questa voragine perché proprio Umberto Eco ci ha insegnato il potere della risata, ne Il nome della Rosa e nella sua vita, caratterizzata da un sorriso beffardo e da un’ironia disarmante. Impariamo da lui.

Ok, non la voglio tirare per le lunghe, procediamo!

Quando mi è stato regalato Numero Zero, l’anno scorso, per San Valentino, mai avrei pensato che quello sarebbe stato l’ultimo romanzo che Umberto Eco avrebbe scritto. Lo aveva presentato in tutti i salotti della tv, era dappertutto, stuzzicando la mia curiosità. Avevo letto Il nome della rosa, assegnatomi in seconda liceo – almeno credo – e mi era piaciuto tantissimo all’epoca; proprio in quel momento stavo scoprendo anche il filosofo, il semiologo ed esperto di media, leggendo un manuale di sociologia della comunicazione.  Così verso febbraio stavo pensando di fare la tesina per la maturità proprio su di lui. Me ne sono andata in biblioteca e ho preso in prestito Diario minimo, Opera aperta, Apocalittici e integrati e la Struttura assente (tutto quello che ho trovato). Forse avevo sottovalutato la complessità degli studi o sopravvalutato il mio tempo, fatto sta che avevo letto solo una parte di Apocalittici e integrati quando la biblioteca ha iniziato a mandarmi messaggi minatori affinché riportassi il tutto. Mannaggia!  Mi è toccato restituire i libri, cambiare tesina e pensare a qualcosa di più abbordabile.. Li ho riportati, ripromettendomi però di migliorarmi fino a poter riuscire a leggerli con facilità. Da quel momento Umberto Eco è diventato per me uno stimolo alla cultura, un punto di riferimento, un orizzonte da inseguire che, come tutti gli orizzonti, sai non riuscirai mai a raggiungere ma sei cosciente che ti servirà per procedere. Lo è e lo sarà ancora.

Se non ero capace di leggere i suoi saggi, quel romanzo in uscita mi prometteva comunque di tante cose; nelle interviste, sussurri e promesse al mio orecchio, Eco aveva detto che parlava di giornalismo, del vero, del falso, di inganno, di politica e complotti, di tangentopoli e misteri italiani.. Mi attirava tantissimo. Me lo sono bevuto, non mi ha lasciata uguale.

Il romanzo è ambientato nell’anno cruciale della storia italiana recente, il 1992, anno che ha cambiato l’Italia tanto da essere la cesura tra quella che chiamiamo “Prima Repubblica” e “Seconda Repubblica”. Il luogo in cui si svolge è proprio l’occhio del ciclone” di quell’anno, Milano, la città in cui la “tragedia” di tangentopoli si è consumata ma in cui, proprio come nell’occhio del ciclone, tutto tace, è silenzioso, anzi sussurrato, marginale.

I protagonisti dell’inchiesta “Mani pulite” che portò alla luce lo scandalo di tangentopoli

Il protagonista è un uomo un po’ ambiguo, un giornalista mediocre, uno scrittore fallito. Il primo capitolo si apre con la sua casa devastata: sono entrati i ladri per rubare un dischetto. Cosa c’era dentro? Il romanzo servirà a capire quello, con un lungo flashback che alla fine, con una struttura ad anello, ci riporterà al punto di partenza. Un giallo. Attorno a questo giallo ruoteranno personaggi ambigui, loschi, grotteschi, che ci parlano di un tempo in cui, nonostante la – o proprio a causa della – diffusione e capillarità dell’informazione, niente si sa, niente è certo, tutto può essere supposto, tramato nel buio. In realtà tutto nel romanzo ruota, tutto gira attorno a un amaro nulla di fatto assurdo. L’assurdità è infatti l’unica certezza, il punto di partenza: lo stesso “Numero zero” è il primo numero di un giornale scritto per non uscire mai, a cui il protagonista lavora con un’intera redazione. Tutti i giorni si reca al lavoro per creare un qualcosa che non verrà alla luce, ma questo nulla di fatto naturalmente non è senza scopo, interessi vi si nascondono dietro e costerà anche molto ai protagonisti.. Ma basta, non vi dico altro, raccontare la trama di un giallo è un crimine!

Ciò che invece posso e voglio dire è che con questo romanzo Eco ha deciso di lanciarsi nel nostro presente, di scavare alle origini di esso per individuare le cause del suo stato esistenziale, sociale e emotivo, per individuare le ragioni della nascita di nuovi miti, di un pensiero debole senza grandi ideali, di un’incertezza diffusa e comune e soprattutto di un senso di rassegnazione dilagante. Amarissime sono le riflessioni finali del protagonista, in cui emerge il pensiero del filosofo, insieme a quello del semiologo e romanziere.

Non immaginatevi però una storia pesante, con una morale evidente e statuaria: il romanzo è breve – cosa che ricordo Eco ha ribadito con aria soddisfatta più volte da Fazio l’anno scorso – e scorre veloce, come se volesse imitare anche lo scorrere del tempo del periodo di cui tratta, in piena terza rivoluzione industriale, opposto al tempo de Il nome della rosa, lento nella lettura come la vita monastica di cui ci racconta. Eppure tra i due romanzi ho trovato più di un collegamento, nella rappresentazione del grottesco, del kitsch di cui lo scrittore parla anche da saggista in Apocalittici e integrati, un grottesco che genera una risata, seppur amara, un risata caricaturale.

Il grottesco in Numero Zero lo troviamo impersonato da un collega del protagonista, un complottista convinto di essere arrivato alla verità riguardo ai tentativi di colpo di stato del 1970, verità dietro la quale si nasconderebbe addirittura lo stesso Mussolini. Ma non è solo in lui, il grottesco nelle opere dell’autore è onnipresente, forse perché per Eco è parte della natura, caratteristico dell’uomo? Se fosse così, come non dargli ragione? Pensando all’attualità, accendendo la televisione, quanti personaggi grotteschi vediamo? Forse troppi, ma il grottesco accanto all’amarezza, con la risata ci ricorda di non prendere niente troppo sul serio. E allora ridiamo, leggiamo questo romanzo con leggerezza e intelligenza, leggiamo questo romanzo, una delle tantissime opere che ci fanno capire che, come ha detto Roberto Benigni ieri ai suoi funerali, di un uomo come Umberto Eco ci sarebbe stato ancora bisogno in terra, non in cielo.

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