Chi nasce irlandese muore americano a Brooklyn

Brooklyn

Già per Baricco c’era un fato, quando in Novecento dichiarava la predestinazione del migrante che per primo avrebbe annunciato “America!”. Un profilo metropolitano stampato negli occhi fin da bambino, diceva. Quasi la silhouette dei grattacieli già scolpita nelle pupille, allenato a intravedere la città anticipando tutti. Negli occhi di Eilis, invece, non c’è altro che lacrime e abbandono. L’unica immagine infissa nel suo sguardo è la patria, non il destino. Brooklyn, ancora, è solo il titolo del film.

È difficile parlare di questo film soprattutto se ne deve emergere un giudizio. Obiettivamente vi è un apporto stilistico notevole, sia per quanto riguarda l’illuminazione fotografica che per le scelte registiche di James Crowley. La prova attoriale di Saoirse Ronan, che interpreta la protagonista Eilis, è notevole. La costruzione formale, tirando le somme, rasenta l’eccellenza.

La trama, allo stesso modo, si costruisce sulle tappe fondamentali della narrazione, risultando nitida e lineare. Troppo lineare, forse, tanto da far aleggiare il sospetto di pretestuosità sull’ambientazione storica del film – che, comunque, è tratto dall’omonimo libro di Colm Tóibín. Il sentore è quello, infine, di una storia dalla sparuta empatia – che quando colpisce, però, commuove – al servizio di uno stile che si pavoneggia, raffinato ma oltremodo artificioso. Mappati gli scogli, ora, rimane la componente più sviluppata e degna di approfondimento.

Tematicamente Brooklyn si snoda nella soggettività della protagonista, nel senso implacabile di abbandono che la attanaglia, addentrandosi nel mutamento. La partenza dalla propria terra natale è rimpianta, ma fronteggiata con orgoglio, verso i cancelli d’oro della Grande Mela che in realtà sono un paio di portoni verniciati di blu.

La fede è l’elemento ambiguo che accomuna l’America all’Irlanda. È un sacerdote (Jim Broadbent) che fa avere a Eilis l’opportunità del viaggio, che la sostiene nei momenti di crisi a New York. Tuttavia la stessa Eilis dimostra un’insofferenza ai sermoni cristiani fin dalle prime battute del film, contrassegnando perciò la la religione come il marchio della propria terra da cui lei, combattuta, pensa di emigrare.

Da questo lato, dunque, si evince una doppia funzione della religione, come stimolo alla partenza ma anche in vece di accoglienza nel Nuovo Mondo. La differenza tra le due ambientazioni, inoltre, è rimarcata dalla peculiare illuminazione, più calda e dolce quella d’oltreoceano in relazione alla luce fredda e verde che cozza dura nelle strade irlandesi.

La famiglia è un secondo anello di congiunzione tra il nuovo e il vecchio, il tradizionale e la novità, ed è collegata alla retorica attribuibile al colore rosso dei vestiti. Eilis, durante la prima traversata, condivide la cabina con una donna irlandese che, oltre a presagire palesemente il futuro della protagonista, è anche l’incarnazione dell’”americanità”, stizzita dal clima natale e vogliosa di tornare a casa, la sua nuova casa. L’intraprendenza anche un po’ scostante la caratterizza da subito, nella laconica appariozione in cui addestra Eilis sul “come sembrare americani in cinque minuti”. E ciò che la connota sono i rigogliosi boccoli d’oro, e un vestito di un rosso intensissimo.

L’operosità religiosa – più precisamente caritatevole di Eilis, che ancora la appesantisce dell’eredità natia, si dissolve dopo l’incontro con Tony (Emory Cohen), con la combutta assieme a quelle che sembrano due sorellastre di Cenerentola. E, di seguito a quanto detto, con l’utilizzo di capi d’abbigliamento rossi, che scompaiono solamente durante l’incontro con la di lui famiglia (inevitabilmente, visto che la famiglia concerne la dimensione irlandese del racconto, intollerante al rosso).

L’equilibrio si assesta nelle ultime due sequenze. Eilis, come un infinito passaggio di consegne, impugna il testimone della donna bionda del primo viaggio, ormai totalmente americana e vestita di arancione, compromesso con i toni chiari e freddi dell’isola europea. È infine la luce mattutina a inondarla di calore, consacrandola ormai a pieno titolo americana, felice e senza tristi ricordi, consumati da una nostalgia dissoltasi nella soddisfazione della sua nuova vita.

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