Narcos – quando la storia si fa seria e serie

Sarebbe stata difficile anche con un film, la neutralità – figuriamoci una faziosità buonista. Narcos, alla stregua di prodotti consanguinei, è il tipico racconto in bilico sull’empatia sbagliata. Almeno, nel senso comune e diffuso. Con una serie televisiva, poi, che genera un’affezione ad ambienti e personaggi di gran lunga superiore a quella di un film, l’effetto “Lupo di Wall Street” era in agguato praticamente dietro ogni scena familiare e grintosa di Escobar. Ma, con saggezza imprevista, le due stagioni di Netflix fanno tenere banco alla morale comune, con raffinatezza e senza sciovinismi.

Colombia, Anni Settanta. Se c’è una cosa che attira l’uomo più dei soldi sono le merci con cui fare soldi. Tra rivoluzioni e golpe latinoamericani la cocaina ne diviene una, e l’egemonia nel e sul campo la conquista Pablo Escobar. Sciocco, o semplicemente cieco ottimista, a credere che avrebbe avuto il monopolio della polvere bianca per sempre. In un groviglio crescente di intrighi, indagini e melodrammi, la storia del narcotrafficante più ricco del mondo è tutta qui.

Pablo Escobar (Wagner Moura)

Narcos è una serie un po’ a modo suo. Anzi, molto a modo suo, e per aspetti difficilmente riassumibili in poche righe. Compendia, da un lato, crimini e disavventure di vent’anni di delinquenza e caccia all’uomo. Dall’altro, invece, entra nella Storia a livello molecolare, osservandone con un commento tenue le sfaccettature disparate. L’ampiezza discorsiva è sconcertante, la meticolosità annalistica lo è altrettanto.

Ma un elogio del genere, puramente sui fatti corrispondenti al vero, sminuisce la serie limitandone la potenza. La sua virtù è da ricercarsi principalmente nelle strutture formali con cui è esposta – tre, su tutte: voce narrante, progressione narrativa, immagini di repertorio.

La prima si accoppia, per tutta la prima stagione, a determinati fermo immagine di svariati secondi l’uno. Semplicemente l’immagine è ferma e Steve, l’antagonista gringo di Escobar, racconta, spiega, illustra – da chissà quale tempo. Uno stratagemma rischia di essere una lama a doppio taglio: semplice e chiara, ma anche eccessivamente didascalica. Ma Steve non annoia, e stupisce ancora di più dal momento che spesso e volentieri si ripete.

La narrazione, in questo caso, è un cliché reiterato: la ricerca, di stampo poliziesco, di informazioni a caro prezzo per conseguire un obiettivo finale, la cattura del Nemico Pubblico #1. Ma anche in questo caso, se ne renda merito, c’è un brivido in ogni situazione, come se ci trovassimo di fronte a casi sempre diversi come in serie Tv di genere. Invece non solo l’obiettivo è sempre lo stesso, omologo puntata per puntata, ma vediamo anche le proporzioni dello sforzo legale evolvere e ridimensionarsi. Dall’altra parte dello specchio, poi, siamo resi partecipi degli stessi mutamenti sul versante Escobar. (Qui sbucano dalla serratura tutti i dilemmi etici di cui sopra, alla “Wall Street”). Versante in cui, tuttavia, i veri, turpi aguzzini sembrano essere gli scagnozzi piuttosto che il patròn.

Javier Peña (Pedro Pascal) e Steve Murphy ((Boyd Holbrook)

Infine l’elemento che più connota Narcos, la testimonianza. È romanzata, sicuramente – ribadito anche dalle didascalie pre-sigla – e anche drammatizzata, ritoccata qua e là. Un po’ di plastica è un ritocco che nemmeno la vecchia signora Storiografia si fa mancare. Ma, puntuale come un rintocco, arriva il repertorio a consolidare la veracità di quanto lo yankee Steve declama. Frammischiati alle riprese di finzione, vecchie fotografie e filmati d’epoca costellano le puntate immancabilmente. Vi si infiltrano con naturalezza, fino ad arrivare, invece, all’ultima puntata, a essere ruvide e invasive – una realtà che deve essere considerata tale e inoppugnabile.

La commistione tra queste tre forme combinate, lievitata per venti episodi, dà origine a una sinossi di storia contemporanea eccitata come una spasmodico intrattenimento. E il cardine di tutto è lo spregevole Pablo Escobar. Forse proprio in questo Narcos è originale nell’affrontare Escobar a visto aperto: lo tratta come un uomo oltre il mostro irredimibile, e ciò lo trasfigura ancora più mostruoso. Visto che carta canta e storia pure, non ci resta altro da fare che attendere le nuove stagioni – almeno due – messe in cantiere da Netflix. Nel mentre, forse, evitare libri di storia e archivi inerenti. Sarà anche un racconto, ma qui tutto è spoiler.

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