Narciso e Boccadoro – Perché leggerlo?

narciso-e-boccadoro

Ci sono libri che leggi tutti di un fiato, che finisci soddisfatto, come avessi bevuto una bevanda dissetante, che chiudi col sorriso sulla faccia perché pensi di aver compreso, abbracciato ogni punto, ogni snodo di cui non vedi l’ora di raccontare. Per questi libri hai come una cotta, un innamoramento rapido, ma che viene sostituito subito da un altro. Ci sono poi quei libri che sono più lunghi e pesanti da leggere, quelli che però  infondo ti rimangono di più. Sono quei libri che ti provocano lo sgomento, che ti confondono perché hanno messo in discussione anche te stesso, il tuo modo di vedere il mondo, quei libri che hanno bisogno di tempo perché si depositino nella tua mente, che ti hanno fatto vedere la vita in un altro modo e ti provocano così una sorta di timore sacro.

Ognuno ha una lista ben precisa dei libri che inserirebbe in questa seconda categoria, Tra quelli che inserirei io ci sono sicuramente, insieme ad altri, La casa degli spiriti di Isabelle Allende, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, La sonata a Kreutzer di Tolstoj, I dolori del giovane Werther di Goethe e Narciso e Boccadoro di Hesse, quest’ultimo letto “appena” due mesi fa. Di Narciso e Boccadoro (1930) oggi proverò a parlarvi, confesso di avere paura perché questo libro mi spaventa, mi sembra troppo grande per me, non mi sento all’altezza.  Ma ci proverò, è stato due mesi nella mia testa, le idee avranno avuto il tempo di depositarsi, spero.

Siamo nel Quattrocento, ai confini tra Medioevo e Rinascimento, in Germania, in un’abbazia, come ve n’erano tante, dove vivono però due individui  che di ordinario hanno poco, due opposti, Narciso e Boccadoro. Narciso è il più grande, non di molto, è l’asceta, colui che ripone la sua vita nello spirito, il teologo che ha nell’abbazia il suo ruolo naturale e che per questo nell’abbazia detiene il vero potere, superando l’abate, di cui un giorno è destinato a prendere il posto. Boccadoro è il suo opposto, bellissimo, immerso in una natura che attorno a lui ride sin dalla sua entrata in scena, il giorno in cui entra nell’abbazia, attraverso la descrizione di uccellini che cantano, di un  albero in esterno, del suo cavallo, a cui è molto legato. Boccadoro è immerso nella natura perché è un artista, la cui vera dote è la sensualità, la capacità di vedere la bellezza terrena che lo circonda meglio di chiunque altro, anche se questo, all’inizio della nostra storia, lui  non lo sa. Il padre infatti lo ha convinto che il suo destino sia diventare abate, dedicare la sua vita allo spirito come Narciso, il quale, unico, legge nelle irrequietezze del ragazzo, nell’eccessivo nervosismo, nelle risse e nei fremiti, la contraddizione che  sta vivendo e cerca di aprirgli gli occhi.

Vi riesce, un giorno, dopo molte insistenze, non con un discorso ma, freudianamente, attraverso la rievocazione di un ricordo, di un’immagine (in effetti molto più efficace su un artista): l’immagine della madre di Boccadoro, che il ragazzo aveva rimosso. Di origine gitana, era fuggita quando lui era ancora molto piccolo, il padre non ne aveva più parlato. L’effetto che l’immagine improvvisa provoca, immagine di una donna bionda, maestosa, bellissima, è devastante per Boccadoro: fugge da Narciso, sviene, sogna e rinasce consapevole di se stesso. Una sera l’erborista dell’abbazia gli chiede di cogliergli alcune erbe. Si addormenta nel bosco. Al risveglio trova una donna accanto a sé, si amano, vuole fuggire con lei, Lisa.

Così decide di partire, ma solo dopo aver salutato Narciso, con cui è nata un’amicizia profonda, intima, assurda. Inizia dunque per Boccadoro una vita di vagabondaggi, Lisa lo abbandona subito, ma grazie al suo volto attraente ogni donna che incontra lo desidera, lo ama per una notte e lo aiuta nel suo viaggio. Boccadoro impara così l’arte dei sensi, con l’entusiasmo di un bambino scopre ogni sfumatura del piacere, si innamora ogni volta, ogni volta riparte e sperimenta il dolore della separazione. Vede colori, città, umanità di ogni tipo, beve, assorbe tutto e piano piano inizia a cercare in ciò che vede la verità, a sovrapporre all’immagine di sua madre tratti di ogni cosa che incontra, i volti nell’estremo dolore e nell’estremo piacere, non così diversi alla fine.

La copertina di Narciso e Boccadoro degli Oscar Mondadori

Per un periodo vive alla corte di un uomo sfruttando le conoscenze di greco e latino acquisite all’abbazia, il suo scopo sono però, le due bellissime figlie del suo protettore, donne che per la prima volta gli sfuggono. La più grande rivelerà presto di essere perdutamente innamorata ma di non potersi concedere a lui poiché la differenza di condizioni è incolmabile, lei si può concedere solo a chi la sposerà e un matrimonio è impossibile, si rifiuta poi di fuggire con lui, non ha lo spirito da vagabonda. Narciso è costretto dunque anche questa volta a fuggire solo: la sorella minore, Giulia, invidiosa dell’amore che sta nascendo, ha fatto la spia. Solo ricomincia a vagare, per sopravvivere talvolta è costretto a uccidere, anche questo, l’orrore, si sovrapporrà all’immagine nella sua testa della Vita, la Grande Madre, la Natura, che lo domina in tutto e per tutto. Un giorno entra in una chiesa, la statua di una Madonna gli cambia la vita, in essa vede il volto che sta cercando, la Verità, ed è di una bellezza suprema: vuole conoscerne l’autore, è giunto il tempo di imparare a esprimere tutto quello che ha visto. Trova l’uomo in una città, impara l’arte, scolpisce la sua prima opera, San Giovanni, a cui dà il volto dell’amico Narciso, supremo, assorto, lo Spirito in terra. Vi ha impiegato mesi, ha impresso in esso tutto ciò che sentiva, quando termina però si sente vuoto, la Grande Madre gli sfugge e si ripromette di scolpire solo quando avrà il suo volto nitido davanti. Così, di nuovo, riparte. Attraversa una Germania devastata dalla peste, dove la morte regna dappertutto,una morte che però Boccadoro non teme; non è pronto a morire, non ci pensa neanche. Anzi la morte lo affascina, la osserva nei volti dei cadaveri che incontra, la studia come se riguardasse solo gli altri, assorbe tutta la sofferenza che lo circonda, cerca in mezzo a essa la Vita, i brevi momenti di felicità, li vive intensamente, fino a spingersi talmente in là da venire arrestato, dal farsi condannare a morte. Ecco che la paura di morire per la prima volta lo prende.

Hermann Hesse, l'autoreNon andremo oltre, il finale lo lascio a voi lettori, anche se non credo che conoscerlo cambierebbe molto l’impressione che avreste del libro in quanto la sua eccezionalità non sta tanto nei colpi di scena, nella trama, quanto nel messaggio, nei pensieri di Boccadoro, in quelli di Narciso, che insegnano a vedere le forze del mondo, l’orizzontale, che ci spinge verso la bellezza della Natura, e la verticale, che ci spinge verso lo Spirito , verso l’Anima che ci stacca da terra, come complementari all’interno di un’unità, di un equilibrio in cui risiede la verità. Solo nell’equilibrio, infatti, tra Apollineo e Dionisiaco risiede l’armonia, come diceva Nietzsche. Solo nell’arte, che rispecchia tale equilibrio, si verifica l’unità, si rivela la verità, come sosteneva Schelling. Tra Nietzsche e Schelling oscilla questo libro, che vi farà viaggiare, vagabondare, innamorare dell’arte, chiedere voi chi siete, in chi vi rispecchiate, chiedere dov’è per voi la verità, se esiste. Infine, ma non per importanza, vi farà riflettere sul significato, sul valore, sull’essenza dell’amicizia come incontro, come scontro e scambio come poche altre opere della letteratura mondiale hanno fatto. Eccovi dunque tanti buoni motivi per leggerlo! Buona confusione, cari lettori, non abbiate paura, affrontate questo romanzo, vi farà re-innamorare del mondo, credere un po’ nell’uomo.  BUONA LETTURA!

“Come l’estasi d’amore nel momento della sua massima tensione è sicura di dover scomparire e morire l’istante appresso, così l’intima solitudine e l’abbandono alla tristezza erano sicuri a un tratto d’essere inghiottiti dal desiderio, da un nuovo volgersi al leto luminoso della vita. Morte e voluttà erano una cosa sola. La madre della vita si poteva chiamare Amore o Piacere, si poteva chiamare anche Tomba e Corruzione”

Ti è piaciuto l’articolo? È stato di tuo gradimento? Se sì, condividilo, e ricorda che puoi sempre seguirci anche sulla nostra pagina Facebook, per rimanere sempre aggiornato!

Condividi su