Moonlight – recensione del film candidato agli Oscar

Circa un anno fa infuriavano le polemiche sul colore degli Oscar. Film troppo bianchi, dicevano. Attori bianchi, registi bianchi. Come se il mondo, insomma, non ospitasse altro che una stirpe disgraziatamente ariana. La cerimonia di quest’anno, invece, ha optato per una selezione di larghe vedute. Film sui neri, attori neri, storie di minoranze etniche, sul diverso, racconti sommersi di un apartheid ufficioso. “Larghe vedute”: un eufemismo. Moonlight, in questa balera di contromosse (solo per complottisti), rappresenta il capofila. Quasi la soglia di un nuovo cinema, almeno la fiaccola di un attenzione meno bipartisan e più sinceramente devota. Ma pare dovremo aspettare ancora un qualche messia, di cui questo film è appena un profeta minore.

La triplice storia e l’unica vita di Chiron, bambino dei sobborghi americani, tra infanzia, adolescenza e giovinezza – talmente esasperata da essere maturità. Lo sconforto dell’emarginazione e la paura di essere diverso, genitori putativi, biologici, gorghi di droga e clandestinità. La vita di Chiron è un miscuglio disperato e tetro che si snoda per vie malmesse e precarie. Una tragedia, se solo avesse una fine.

Barry Jenkins, regista e sceneggiatore, candidato per l’una e per l’altra categoria ai sopracitati Academy Award, firma un tappeto di belle immagini. Ricamato in modo virtuoso, talvolta, senza allappare, ma guarnito di estetismi sopra la linearità impalpabile di un storia. La parabola di Chiron asfissiato dal suo io fragile non basta. Il mondo è brutto e cattivo, ormai è divenuto un motto ridondante. Descrivere perché lo è – meglio, contemplare le cause, non è una risposta. Tanto meno un suffragio lecito per dare vita a un film con ambizioni, pur smorzate, di finestra sociale.

Moonlight è un trionfo della maniera, ma anche un atto tronfio di pretenziosità, perlomeno innocua verso le pretese di universalismo. Tra i meriti, scarni, si annoverano la partizione in capitoli e il coraggio di sintetizzare tutti gli stereotipi (teoricamente per sabotarli) di un’etnia americana. Ma infine è soltanto un film che poteva essere, dare, dire di più. Ed è noto che l’imperfetto risolve unicamente lo sfizio accademico del controfattuale. Se non fosse morto, se avesse ordinato, se avesse potuto… Moonlight sarebbe potuto essere il film necessario – quello di cui abbiamo bisogno e, con pernacchia a Nolan, quello che ci meritiamo adesso.

Jenkins, invece, si crogiola nella fotografia e nel suo tremolio con cui confonde la morale asettica, il languore del personaggio, la sua rivalsa bieca e dirompente. Per certi versi intrappola l’emancipazione criminale in una gabbia ereditaria e generazionale, cui fa da secondino la solitudine dell’amore rinnegato. Certo, non si mette in discussione la perizia di una levigata fotogenia dei corpi, così come la ricercata regia. Ma Moonlight restituisce l’occasione come sprecata e infruttuosa, uno studio proto-antropologico delle periferie (forse ghetti?) d’America.

E non prendiamoci per il naso: la sprovvedutezza trova un’immunità inattaccabile in opere di questo tipo. La costruzione del film calibra alla perfezione traiettorie e ricompense, silenzi, lascivia. Ma l’intento non basta a gettare il salvagente a un film così, ectoplasmatico quando serviva corporeità. In un periodo come quello burrascoso in cui annaspiamo, in senso politico, sociale e anche culturale, una ribalta urgeva. E, purtroppo, urge ancora.

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