A Monster Calls – recensione in anteprima dal Future Film Festival

A Monster Calls ha poco del mostruoso, in senso etimologico. Gli si addice più il titolo italiano – 7 minuti dopo la mezzanotte. Riferimento sì a una sbilenca ora delle streghe, ma anche a quel momento in cui la palpebra cala e le fiabe si fanno sogni.

La situazione del piccolo Conor (Lewis MacDougall) non è delle più rosee. La madre malata, gli incubi ricorrenti, il padre oltreoceano, a scuola subisce le angherie dei bulli. Senza contare una nonna (Sigourney Weaver) vecchio stampo che cela i sentimenti dietro la cortina autoritaria. Quando un gigantesco albero di tasso antropomorfo gli squarcia la casa, quindi, non c’è niente che non sia disastroso. Ma forse non è lì per complicare le cose, e forse non è neanche fisicamente lì. Abita i meandri dei suoi pensieri, e raccontandogli tre storie ne vuole ascoltare una quarta per salvarlo.

Il cuore del film è raggiunto con una buona dose di ambiguità, che si insinua fino a contaminare storia e tema. Il manicheismo dei tempi andati pare ormai destituito non solo moralmente ma ma anche in senso tecnico. L’utilizzo, evidente e ingente, di effetti speciali pervasivi aggroviglia il fittizio all’immaginazione, dello spettatore e di Conor stesso. Il regista Juan Antonio Bayona rende quasi impossibile, ammessa e non concessa un’immedesimazione profonda, scremare vero e finto. L’esito finale è quello di una sintesi verosimile a tutto tondo.

La permeabilità di onirico e realistico è un valore aggiunto per l’analisi interiore del piccolo O’Malley– chapeau per la recitazione al piccolo MacDougall– capace di farsi carico, talora, dell’intero macigno empatico della scena. Lo stesso non si può dire per tutto ciò che rimane escluso da queste lodi. Bayona stigmatizza il lutto e gli stratagemmi radicati nella psiche acerba di Conor, ma perde di vista – con l’eccezione della rara sequenza finale del cimitero – una specificità ulteriore rispetto alla rappresentazione della sofferenza.

Poco importa se il versante emotivo è prediletto. La narrazione si trova ad avere il fiato corto, rattrappita, a fronte del pantano sterminato nella mente del protagonista. E a fronte, anche, delle proporzioni ciclopiche della creatura. Liam Neeson in motion capture si fa erede della genealogia dei colossi buoni (dagli Ent al GGG), ma dà vita a un anonimo dàimon brontolone e reumatico che esercita una moderna maieutica senza licenza. Anche qui, sebbene fluida e consona, la scelta di narrare le tre novelle con un effetto grafico ad acquerelli non rimedia al tono generale del film.

Al netto degli eccessi di intimismo, comunque fondanti, il passo dall’ovazione al vituperio è troppo grande anche per l’autore. A Monster Calls erige un monumento al dolore e al suo superamento coadiuvato dal recupero favolistico di una massima universale – almeno quella – toccante. Gli opposti convivono, imprescindibili, ma Bayona è troppo monocorde per dare una forma tale al suo racconto.

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