Monetizzare l’anima come Capitale Umano

il capitale umano

Domani andrò al supermercato, arriverò alla cassa e pagherò con il dito mignolo di un operaio. Poi, tornando a casa, sosterò dal panettiere e salderò gli arretrati con l’iride di un tecnico specializzato – è periodo di esuberi, liquidità in abbondanza. Ci lamentiamo, quando ci va, del traffico di organi, parti di essere umano convertite in guadagno illecito. Ma non riusciamo a vedere come i globuli rossi che ci mantengono in vita vanno convertendosi in monetine di rame. È questo Il capitale umano, un ammontare di liquidità esigua facilmente erogabile per supplire alla morte di una persona.

Il film di Virzì, penultimo tassello datato 2013 nella filmografia del regista, è tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon. L’ambientazione originale trasloca nella Brianza altolocata, ove si accavallano quattro episodi più un prologo che, in una sorta di effetto Rashomon (una storia raccontata da più punti di vista, dall’omonimo film di Kurosawa), raccontano le sfaccettature intorno a una vittima della strada. L’arrivismo finanziario della borghesia insoddisfatta e la noia aristocratica sono i principali fattori che determinano il crollo delle quotazioni umane. I ceti più bassi, semplicemente, vengono declassati, le loro emozioni inflazionate dalla cruda sevrità della borsa.

La compostezza della regia e la durezza soffusa delle luci non smussano, anzi, accentuano il distacco avido dei rapporti umani. L’uomo, come schiavista di se stesso, ha trasformato anche la preziosità incommensurabile della vita in commercio. È un mercato torbido, più che nero, legittimato istituzionalmente dalle cavillose compagnie assicurative. E il valore, questo minaccioso capitale, è già stato contaminato dalla metamorfosi dei sentimenti in conteggio monetario.

Al centro della scena trionfano l’azzardo, l’indecisione, la promiscuità di innocenza e scelleratezza. In progressione il racconto apre una breccia, episodio dopo episodio, nella riscoperta della tenerezza amorosa, finanche timida. Il rigore formale non si ammorbidisce nel cimento con ciò che decreta – o almeno dovrebbe farlo – il reale valore dell’esistenza umana: il sentimento.

Le leggi del mercato sono giunte a toccare anche l’irraggiungibile astrattezza degli affetti. Non è più una moglie – no, una vedova in lacrime a rendere evidente la solidità morale ed emotiva tra lei e l’uomo che era suo marito. Sono degli sconosciuti allibratori a compiere il calcolo – e già solo ammettendo che si tratta di calcolo sto bestemmiando la natura dell’uomo.

L’arte, ovviamente, scompare nei meandri delle ragioni economiche, o nell’inerzia passiva cui il denaro abitua. Anche l’amore, come una cianfrusaglia superflua, è barattato per un assegno a qualche zero. C’è della delicatezza convulsa, nel film di Paolo Virzì, di quelle patinate di una sufficienza sfondata dall’impossibilità tremenda di assolvere chiunque, o quasi. Anche nell’amore sorgivo che luccica tumefatto non si riesce a deliberare una giudizio di compassione, contrastata dalla morte violenta e ingiustificata.

Il capitale umano, come molti film del recente botteghino italiano, non riesce a limitarsi alla verosimiglianza. Essi straripano nel reale, ne traggono linfa anche quando, pur meritevoli di encomio, sarebbe meglio non averli mai visti. Perché, nel momento in cui un ammontare di valore s’impreziosisce a peso d’oro invece che di sentimenti, tutto collassa. È sintomo che abbiamo consegnato le nostre vite agli affari, mercificate, come una resa. Invece del sangue, però, dalle ferite sgorgano filigrana e polvere aurifera. La sirena di un encefalogramma piatto, insomma, equivalente al trillo clangoroso di un registratore di cassa.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, e se sì, perché non condividerlo? In entrambi i casi ti invito calorosamente a seguire Very Nerd People su Facebook. Se questo scritto ti ha incuriosito, non temere: ce ne saranno altri. Solo il sabato, solo su Very Nerd People, solo sul viale d’ingresso

Condividi su