Mine: affrontare se stessi ad un passo dalla morte

Mine: affrontare se stessi ad un passo dalla morteDue registi italiani, entrambi anche sceneggiatori, che danno vita ad una storia, ad un viaggio interiore, ad un thriller così coinvolgente da far sfigurare una volta per tutte la maggior parte dei film di produzione esclusivamente italiana. Ed infatti la produzione non è composta solo da italiani bensì si tratta di una collaborazione internazionale: inglesi, spagnoli, americani e italiani hanno cooperato attivamente, ognuno in diversi aspetti della pellicola.
Come avrete capito stiamo parlando di Mine, diretto e scritto da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, vincitori dello Sites Festival con il loro corto Afterville. L’intera pellicola, caratterizzata da una trama piuttosto semplice e facilmente riassumibile, punta tutto sull’introspezione psicologica del protagonista: un marine americano, interpretato da un grande Armie Hammer (The Social Network, The Lone Ranger), che sembra avere un buon feeling con i film d’autore. L’attore, fra l’altro, è anche produttore esecutivo del film.

Il film, distribuito in Italia il 6 ottobre dalla Eagle Pictures, si apre con una missione: due marine, Mike Stevens (Armie Hammer) e Tommy Madison (Tom Cullen, Downton Abbey), devono eliminare un presunto terrorista. La missione fallisce e i due si ritrovano in marcia in mezzo al deserto per raggiungere il villaggio dove potranno ricevere gli aiuti necessari. Mike è molto turbato appena legge su un cartello che il luogo che stanno attraversando è un campo minato, Tommy invece cerca di sminuire il problema e, purtroppo, calpesta una mina con risultati disastrosi. Un attimo dopo anche Mike sente il click che mai avrebbe voluto udire sotto il suo stivale e sa che se alzerà il piede, se farà anche un solo passo, questo sarà l’ultimo della sua vita.

Dunque, possiamo considerarlo un film con protagonista la guerra? Non proprio, o almeno solo in parte. Senz’altro Mike e Tommy ricordano quanti morti ancora oggi mietono silenziose le mine disseminate su tutti quei territori in cui la pace è solo un miraggio o una pia illusione. Mike è un soldato sì, ma non è questo il punto. I due registi si sono chiesti, e fanno chiedere al protagonista stesso:”Perché sono un soldato?”. Solo, minacciato costantemente dalla disidratazione, dalla fame e dalla disperata ricerca di aiuto che i suoi colleghi tendono a ritardare sempre più, Mike si trova a fronteggiare sempre più se stesso sotto il sole cocente del deserto dell’Afghanistan. La mina, metaforicamente parlando, è lo stato di blocco mentale in cui il protagonista è imprigionato da anni, incapace di dare una svolta alla sua vita, di fare il passo successivo, come invece lo incita a fare il berbero, che personalmente ho riconosciuto come una proiezione della madre, che incontra saltuariamente e da cui riceve aiuto. Le vere trappole che i due registi esordienti volevano evidenziare sono quelle autoimposte, i limiti che consideriamo insuperabili, che talvolta sono più semplici da vincere di quanto immaginiamo. C’è chi ci può vedere poi, più in grande, anche una velata critica alla guerra, e alla figura del soldato, che Mike sembra scegliere proprio come via di fuga, una vita complicata e rischiosa, che si contrappone alla gioia di vivere del berbero.

Tecnicamente parlando il film è ben realizzato, anche se, e questi sono gusti personali, forse la telecamera poteva essere tenuta più ferma in alcuni momenti, senz’altro avrei apprezzato di più. Le scene di azione sono ben costruite, specialmente quelle delle tempeste di sabbia o quelle notturne con i cani, in cui delirio e un passato tormentato si incontrano. La sceneggiatura, specialmente all’inizio è molto semplice, con dialoghi forse volutamente stereotipati, ma nel corso del film questa semplicità diventa un pregio che lascia spazio ad una trama, una storia che va oltre le parole, accompagnata da una colonna sonora molto piacevole.

Dunque ve lo consiglio caldamente, spero vi coinvolga quanto ha fatto con me. Buona visione!

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