Memorie offuscate di un incontro – Francis F. Coppola

Se, come diceva Bazin, il cinema può dire tutto ma non mostrare tutto, ecco: io non posso mostrarvi e nemmeno dire. Mi sovviene, con la coda della penna, che io però non sono cinema. A ben pensarci mi ci sono riflesso, nel cinema, e confrontato. Il Cinema. Una delle sue incarnazioni corporee. Francis Ford Coppola.

Se pensate a un erede dell’industriale americano con indosso un copricapo siculo, peste vi colga. O cercate su internet, almeno. Se poi titoli come Il Padrino o Apocalypse Now vi procurano ignoranza o, peggio, indifferenza, magari documentatevi ancor meglio. Ma non sui film, piuttosto sull’uomo. Perché, anche se cavilli burocratici mi annodano la lingua, virtualmente, è l’uomo che conta. Ed l’uomo che interessa, come da tradizione, a Biografilm, ormai veterano nel raccontare storie, questa volta storia di un pilastro di fronte a un pubblico esclusivamente composto da ragazzi. Niente celebrità, nessun giornalista. Noi, lui, il cinema.

Quando Sua Maestà compare la sala è gremita. Ma lo era anche un’ora prima, ora della convocazione. Come se stessimo parlando di una partita a calcio di tredicenni. E tredicenni, sotto sotto, lo siamo un po’ tutti, anche Andrea Romeo – direttore artistico di Biografilm – che fa il sirenetto sotto la ribalta e strappa un video alla inflessibile sorveglianza. Le luci in sala sono spente, i riflettori convergono sul temporaneo Monte Tabor del cinema. Coppola vi si arrampica faticosamente dalle scalette. Annunci di riservatezza, dissuasioni varie che a posteriori interessano il sottoscritto. Si comincia.

Ciò che segue sono due ore e quaranta (novanta, cento minuti in più sul ruolino) di conversazione. Non è una lezione, o la benedizione rigida di un semidio. Un dialogo, semplicemente, tra volenterosi ragazzi e un uomo che di ragazzesco, se non più il corpo, ha l’atteggiamento. Cordiale, infaticabile, menefreghista del tempo che scade: vuole parlare con tutti, consigliare, ascoltare. In particolare pilotando tenacemente l’attenzione sul futuro, su cui insiste ripetutamente, e alle modalità calcolatorie di produzione odierna. L’arte deve essere un repentaglio, altrimenti, assieme al gusto dell’essere autore, scompare anche la possibilità dei capolavori. Rischiare, insomma, è insito nella natura del prodotto artistico – cinema in testa.

Il regista de Il padrino, soprattutto, attenua la discrepanza tra sala buia e palco soleggiato, chiedendo di accendere le luci sul pubblico per vedere in faccia la platea. Una richiesta che non si può rifiutare. Sempre meno sul trono, il regista si rivela progressivamente un sognatore senza rimpianti, o quasi – giusto un’utopia cinematografica andata di traverso, il lungo piano sequenza sfumato di Un sogno lungo un giorno. Se l’aneddotica non latita – in primis il noto dilemma tra Olivier e Brando per calarsi nei panni di Corleone – l’incontro si impregna di suggerimenti e riflessioni. Quest’ultime, di cinefilo, ostentano però poco. È la natura del medium cinema a essere, dove non in discussione, perlomeno sotto i ferri, vivisezionata dall’acume esperto dell’autore.

Se ne delineano i punti cardine, nella filosofia pluridecennale di quell’uomo in camicia gialla, e soprattutto le sue sorti, su cui spinge molto l’acceleratore. Senza essere banale, senza ricondurre tutto a mondi 2.0, convergenza al digitale, innovazione totalizzante. E, tra una domanda imbarazzata e una risposta impeccabile, trovano spazio massime da set, fronzoli immancabili, strategie di vecchia data, consigli preziosi per l’avido stuolo di ascoltatori. Mettendo al centro del suo pensiero cinematografico svariati elementi, declina la Settima Arte come un connubio tra recitazione e sceneggiatura, prevalentemente. Di qui a fare un film il passo è lungo, gli accorgimenti inenarrabili. Ma basta che sia nostro, individuale – da qui si parte, ed è già arte, cinema nitido.

Francis Ford Coppola (a fianco l’interprete Anna Ribotta) durante l’incontro

Finisce tutto nel modo più impensabile – nonostante le barriere legali sul richiedere foto e autografi. Con un paio di esercizi per attori che vedono coinvolti ragazzi che avevano dimostrato interesse per la materia. Poi, nella genuina ilarità, complice voltagabbana il Festival imperterrito, quello che adesso è un grand’uomo – oltre a un grande regista – sfila davanti alle prime file e scompare in un alone luminoso. Canonizzato dai suoi apostoli e forse eredi, ammirato in modo unanime da una generazione che ama il cinema di ieri talvolta messo in crisi dal tempo e dalle procedure d’oggi.

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