Loving Vincent, gioiello di animazione, arti e sogni

Quando si parla di storie di artisti si parla spesso di conflitto tra fama e povertà. Per tutti i protégée signorili dal Rinascimento in avanti c’è una controparte in penombra. Un Baudelaire, un Foscolo; uno di quelli che ha tirato (poco) a campare con l’arte. Eppure, morale della favola, è divenuto immortale. Tra questi, la figura forse più nota è quella proprio di Vincent Van Gogh. Ed ecco che Loving Vincent, nella sua innocenza iconografica, travalica i limiti di una biografia. Piuttosto guarda all’artista con gli occhi della modernità, camuffata nei tratti dallo sguardo di Van Gogh stesso.

Distribuzione DVD: Universal Pictures Home Entertainment (contatto Facebook)

Uscita DVD: 7 febbraio 2018

Il film

Vuoi per la storia celebre, per l’irregolarità dei suoi dipinti, per l’epoca di appartenenza… Il pittore olandese ha goduto, e gode tutt’ora, di una fama sconfinata. Soprattutto a livello di cultura di massa, ha ricevuto una capillare ricezione, sia con numerose mostre dedicate che con riferimenti nella popolarità – emblematica la 8×05 di Doctor Who, a tal proposito. Il film qui in esame non fa eccezione, se non in positiva straordinarietà. Riuscire a essere così suggestivi, quasi una contaminazione tra una mostra e un’innovazione, è un’operazione complicata che passa l’esame a pieni voti. I sogni si fanno pittura, la pittura si fa cinema e partorisce nuovi sogni – se non è questa la magia delle arti!

Sul film di Dorota Kobiela e Hugh Welchman, i registi, si sono spesi fiumi di aggettivi. Che, tuttavia, sembrano non bastare mai. L’impresa di realizzare un film animato costituito da dipinti a olio è titanica quanto folle – come se, anni addietro, non fosse stato folle dare voce al cinema, o proiettarlo a colori. Animare un lungometraggio interamente tramite quadri, ispirati, ricalcati o adattati da quelli originali dello stesso Van Gogh, ha richiesto lunghi tempi di lavorazione, risorse economiche, tecnologiche, artistiche. Tecnicamente, insomma, è un lavoro senza precedenti, con ottanta pittori professionisti posti a realizzare quadri per 66’960 fotogrammi.

Utilizzando una tecnica mista (interpreti live action, green e blue screen, CG, rotoscope), Loving Vincent è il racconto post-mortem di Vincent Van Gogh dagli occhi di un miscredente, come era facile a quei tempi, della sua pittura. Dopo la sua dipartita, infatti, Armand Roulin (Douglas Booth) deve consegnare una lettera al fratello del pittore. Le peripezie, perlopiù emotive e investigative, incalzano un crescendo di curiosità in Armand. A poco a poco appassionato dalla vita, dalle opere e dall’oscura morte di Van Gogh, si trova coinvolto in un’indagine personale il cui esito è destinato a essere incerto.

La peculiarità meravigliosa ma disarmante del film è insita nel connubio tra la tecnica realizzativa e la storia narrata. Andiamo con ordine: nel 1940 esce il film Quarto potere di Orson Welles. Il film è passato alla storia sia per la libertà creativa di Welles, e il modo in cui l’ha sfruttata, ma anche per le osservazioni del critico André Bazin. Per il quale, difatti, l’utilizzo di due tecniche particolari mette in risalto una forte vicinanza al reale. Si tratta di profondità di campo e piano sequenza. (In breve ci si riferisce, rispettivamente, alla porzione di spazio messa a fuoco dalla cinepresa e alla realizzazione di intere sequenze di film senza mai intervenire con tagli di montaggio).

La trama di Quarto potere, invece, riguarda l’indagine di un cronista che tenta di scoprire chi fosse Rosabella (Rosebud) e perché fosse abbastanza importante da essere menzionata in punto di morte da un magnate della carta stampata. La ricerca, infine, non dà risultati, ma allo spettatore è concesso di sapere il mistero che si cela dietro quel nome. Si crea un contrasto, dunque, tra la tecnica utilizzata, di “scoperta del reale”, e il racconto, che dal reale non riesce a cavare neanche un ragnetto.

Loving Vincent si muove sugli stessi binari, come un negativo, però – in modo speculare. Da un lato la struttura narrativa plasmata come un’indagine, che tenta di far luce su un delitto. Delitto che, infine, trova soltanto sparute risposte (esattamente come in Quarto potere). Dall’altro, invece, la tecnica di realizzazione: laddove in Quarto potere era testimone di realtà, qui è invece indizio di fantasia, rappresentazione immaginifica e frutto d’inventiva. Utilizzare  l’animazione, specialmente impiegando quadri a olio, mette a nudo costantemente la natura artificiale dell’opera. E, allo stesso tempo, la soluzione in parte è trovata, in parte rimane irrisolta per tutti, protagonisti e spettatori. Il tessuto di Loving Vincent, la pittura, si pone in aperto contrasto con quello del film di Welles, fatto di profondità di campo e piano sequenza.

Questo, oltre all’indicibile struggimento della vita di Van Gogh e al modo delicato con cui è descritta fa del film un’opera cinematografica che merita di essere recuperata necessariamente.

 

Loving Vincent in DVD

 

Contenuti speciali: Il Making Of del film, Animazione e disegni, Interviste, Intervisa a Douglas Booth, Aggiornamenti Kickstarter.

Non ci si rende conto, come detto, del titanismo dell’impresa finché non si getta l’occhio sull’apprifondimento contenuto nel DVD. Il making of e la parte sull’animazione, in particolare, gettano uno sguardo prolungato e attento ai modi di realizzazone e alle difficoltà incontrate, al delicato lavoro di adattamento dei quadri per farli combaciare con gli intenti della storia e con il formato cinematografico. Senza menzionare le barbe posticce da staccare con l’acqua bollente.

Quello che viene offerto è uno spaccato su un film che, a modo suo, è spartiacque nel campo dell’animazione,  a cominciare dagli studi sull’adattamento dei dipinti fino, palesemente, all’adattamento stesso in un flusso di movimento faticoso da ottenere. Tutto questo raccolto in un’edizione semplice e canonica in DVD, il cui contenuto, e non potrebbe essere altrimenti, ne fa davvero un gioiello da custodire.

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Za la Film

Chi sono? Irrilevante. Uomo o donna, nullafacente od occupato, recensore o perditempo. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna e frequento attualmente la magistrale CITEM. Studio, scrivo, fotografo, perché l’amore è l’amore e, se è amore per il cinema, tanto di guadagnato. Mi inoculo di serialità contemporanea, quando posso, e, quando posso, sgattaiolo in una sala buia, laggiù, dove la penombra attende i ventiquattro fotogrammi al secondo e gli occhi della platea sono avidi di storie e d’immagini.

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