Lost in Translation – sperduti nella “tra-duzione”

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A Bob Harris Tokyo non piace. E non gli piace nemmeno la propria vita. Lo pagano, ecco tutto. Sfida l’oriente contemporaneo per somme che non lo solleticano nemmeno, tanto è avvezzo allo sballo della celebrità. Ma lo pagano, e il danaro spinge avanti il mondo e l’inerzia dell’uomo, forse l’unica motivazione materiale. In una crisi di mezza età incipiente, attorniato dalle vertiginose notti giapponesi senza le occhiaie del jet lag, è come un fantasma decadente nella metropoli dell’entusiasmo e della contaminazione.

Sofia Coppola, ben lontana – per fortuna – dal biasimo pacchiano e quasi allappante di Bling Ring, ha filmato la vita con una vernice sgargiante pronta a dissolversi al primo temporale. Come valletti di un sogno evanescente – ed evaporato – Bob e Charlotte passeggiano nel cosmopolitismo catalettici e impermeabili. Il frastuono dei neon sostituisce la pioggia battente tra i grattacieli, emblema dei più iconici drammi all’americana, e il languore degli sguardi trapassa anche i colossi di vetro e acciaio.

Lost in translation, omettendo di proposito il fraudolento titolo della versione italiana, è una duplice storia di vita e di rumori compiuta con l’annullamento dell’assurdo e della farsa. L’istrione strapagato, con il volto di Bill Murray, e la sposina confusa, con la fattezze della Johansson, trovano nella capitale del Giappone il teatro del proprio mutamento. Una sorta di rito di passaggio obbligato che deraglia dalle sicurezze della gioventù e della maturità.

L’artificio e il clamore, cromatici quanto sonori, li inseguono nella vita al ribasso che consta di locali a luci rosse e asfissia di comprensione. Il racconto della regista figlia d’arte (con merito) intrappola i due protagonisti nella morsa della tra-duzione, quel “passaggio attraverso” di etimo latino che conduce da una zona della vita a un’altra. Più che l’attraversamento, però, di un ponte metaforico, si tratta piuttosto di un’edificazione coraggiosa e redenta.

Bob e Charlotte, il primo nelle grinfie della mezz’età e la seconda in piena crisi di giovinezza, pontificano le certezze che rimangono gettando fuori bordo le zavorre. Sono emblemi della confusione, fantocci dinoccolati e sardonici che rimpiangono l’utile mentre sprofondano nel vano.

La loro alienazione dal ginepraio fosforescente di strade e insegne incalza soprattutto dalla diversità esotica in cui si trovano ad agire. L’idioma nipponico, incomprensibile e astruso, finanche deriso, è il caos disgregante che sancisce la frattura col mondo. Allo stesso modo il fragore, le luminescenze notturne, i fax che il fuso orario stampa nelle ore piccole.

Se non si può elogiare più di tanto la foggia filmica (inquadrature e quant’altro), pregiata ma non eccelsa, per il sonoro, stando a quanto riferito finora, non vale lo stesso giudizio. La progressione dello straniamento, dell’inadeguatezza, passa attraverso l’assurdo spot pubblicitario, la escort invasata, il suddetto fax strampalato. Questo riguarda, però, il rapporto individuale che Bob e Charlotte instaurano col mondo; accoppiati, invece, ovattano il clamore mondano fino a rendersi permeabili al ripensamento, si conoscono e si capiscono vicendevolmente.

Basta un sussurro, infine. Un bisbiglio dal cui ascolto il pubblico è estromesso. Un tripudio felpato dell’armonia, senza che vi siano l’equipe starnazzante dell’albergo o lo squillo dei cartelli abbaglianti. La traduzione, nell’ambivalenza di “passaggio d’età” e “passaggio di lingua” è risolta, il primo combattuto e il secondo soppresso dalla mancanza di lingua stessa. Tutto non è come prima, né è meglio di prima. Ma emerge una bolla di quiete dentro l’inferno aguzzo che è la vita frenetica comune a ogni tipo di essere umano.

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