Life – non oltrepassare il limite (recensione pleonastica)

Mi verrebbe da dire che ci risiamo. L’alieno, la Terra, la ciurma, il fuoco. Il bambino che dà il nome all’alieno, invece, mi mancava. Magari mi son perso qualcosa dei meandri della fantascienza – probabile. Eppure mi sento nostalgico verso il consesso scientifico internazionale o chiunque ne faccia le veci. Life – non oltrepassare il limite attinge un po’ ai cliché tradizionali e un po’ rompe gli schemi. Ma alla fine è sempre una fantascienza masticabile come una gomma appiccicata sotto il banco. Fa sensazione ma non la vorresti in bocca.

La sinossi è presto detta, anche per l’intuibilità dell’intreccio. A qualche anno da oggi, pare, un gruppo di scienziati sulla ISS attende la sonda di rientro da Marte. Con quelle che sembrano, a dire il vero, esigue misure di di sicurezza, mettono in quarantena campioni di cellule congelate. La creatura unicellulare che viene rivitalizzata, troppo stimolata o naturalmente aggressiva, si ribella. Da qui in avanti non serve nessun aiuto per anticipare gli avvenimenti della trama.

L’elemento non tanto di maggior disturbo quanto piuttosto di incisiva stranezza è che l’alieno ha un nome. Un massa spettrale in cui ogni cellula assolve a funzioni ottiche, motorie e neuronali. “Calvin”. Il nome dell’alieno è Calvin, e solo perché un qualche comitato educativo probabilmente ha preso qualche tangente per renderlo epigono di una certa scuola. Quindi, nei fatti, ogni volta che le budella volano o i polmoni annegano si sente far riferimento a Calvin. Intendiamoci, potrebbe essere il nome di un efferato assassino. Ma in questi frangenti, derivato da una scuola e in astratto, il sottoscritto si ricorda solo di Calvin & Hobbes (trscurando che Hobbes, col senno di poi, è sinonimo di giusnaturalismo).

Oltre le critiche onomastiche, che alla fin fine un sorrisetto lo estorcono, il film compie il suo lavoro. Life, benchè il regista Daniel Espinosa provenga da un’accoppiata importante (Safe House e Child 44, rispettivamente una sorpresa e una delusione al cospetto del botteghino), il film, insomma, è un puro servizio narrativo. Agita e scuote, avvalendosi di tattiche ibride ormai inflazionate. Di fronte a queste il dubbio rimane: sono efficaci, sì, quando realizzate ad arte. Quel sobbalzo di dieci centimetri sulla poltrona avviene. Al tempo stesso, però, non aggiungono niente di nuovo a quanto ormai da anni, se non di più, rinfacciamo al cinema: che nonostante le belle sorprese ci siamo stufati di vederle così di rado.

Life, inoltre, si aggira in un territorio xenofobo che non pone nella stessa soggezione dell’originale e più lucido Alien. In un procedimento ontogenetico di evoluzione risulta quanto meno capzioso attribuire a una creatura, benché aliena, una ferocia simile. Sì, magari è un predatore, forse è stata solo innervosita e dovrebbe farsi prescrivere dei tranquillanti. Ma credo che siamo andati oltre Predator, e gli xenomorfi hanno, nel bene e nel male, ottenuto un retroterra quasi antropologico.

Tirando le somme, il film di Espinosa tenta di arrabattare con ordine eccessivo una claustrofobia per il diverso nella minaccia dell’esterno. Il luogo è il più idoneo (fuori il cosmo, dentro un pericolo) ma, di nuovo, le sperimentazioni poche. Per le emozioni rimane comunque un prodotto avvincente – mi rimangio qualunque riferimento all’“opera”. Per il contenuto pragmatico, però, vorrei vedere gli sviluppi giudiziari delle tangenti. Non bastano Jake Gyllenhaal nei panni di primatista e Ryan Reynolds in veste di energumeno sbruffone. Rivogliamo il George Clooney che li mescola in un tutt’uno d’autore.

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